Il corpo elettrico della poesia in musica

I percorsi contemporanei della poesia in musica: Beppe Costa e Nicola Alesini, Arlo Bigazzi e Chiara Cappelli, Beatrice Arrigoni e Fabrizio Carriero, Federico Sirianni

poesia in musica
Beppe Costa e Nicola Alesini
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A volte c’è bisogno di andare molto lontano nel tempo per avvicinarsi al nostro. Un paradosso di Sapiens perfettamente funzionale: come ben racconta nei suoi libri Maurizio Bettini, (sempre in elegante equilibrismo razionale tra antropologia e studi classici), le persone scelgono selettivamente le proprie memorie e da lì ri-costruiscono “radici”. Il passato preme se ce lo scegliamo, non perché esista a prescindere dalle nostre scelte.

La premessa per dire che è quasi inevitabile, per chiunque voglia approcciare l’argomento dei rapporti tra musica (di ricerca, d’autore, meramente d’uso) e poesia, riannodare i capi della propria corda dei ricordi a un passato lontanissimo e intangibile ma considerato fondativo: l’antichità greca e romana.

Lyrics si  definiscono in inglese i testi delle canzoni, liriche sono in italiano le poesie: perché c’è stato un tempo di cui abbiamo testimonianze nebbiose in cui era impensabile una poesia senza musica, e viceversa. Dire cose che scatenano emozioni, insomma, appoggiandosi al suono tintinnante di una lira. E fino a quel momento topico e, forse, anche un po’ mitopoietico che è stato l’avvento dei menestrelli trovatori, a loro volta figli inconsapevoli di quanto cantavano poeticamente negli emirati arabi di Spagna tra l’ottavo secolo e il quindicesimo. Da lì sbalzano fuori le nostre canzoni, lì il nodo irrisolto, oggi, dei rapporti tra  musica e poesia.

Rammentando che sono passati esattamente vent’anni da quando un ottimo gruppo rock italiano, Altera, fece uscire Canto di spine, poesia italiana del novecento messa in rock, con, tra gli altri, interventi di Alda Merini (nuda in copertina, bella ironia!) e di Paolo Fresu (a quando una ristampa?), vogliamo proporre qui alcuni degli ultimi esiti sui rapporti tra versi e musica in Italia, polaroid in parole di un momento in cui questo tema sembra un po’ in ombra, ma invece un po’ di luce la irradia di per sé.

Beppe Costa e Nicola Alesini, Metà del tempo. Poesia a due voci (Alfa Projects)

Molte volte le volute eleganti e sottilmente misteriose dei sassofoni di Nicola Alesini hanno incrociato la parola poetica, comunque la vogliamo definire. Ad esempio evocando letteralmente l’elegante tornitura dei versi e della voce di Fabrizio De André in tempi non sospetti, quando non s’era ancora scatenata l’iperproduzione agiografica dell’oggi, o volteggiando attorno alla voce tormentata e bellissima del secondo Claudio Lolli, fino alla fine. Adesso, dopo un eccellente progetto che metteva assieme atmosfere garbarekiane  e ambient music, dedicato alle città, con Saro Cosentino, Nicola Alesini incrocia sassofoni, clarinetti di diverso registro, sampling e tocchi al solito discreti ma eccellenti di elettronica con la voce e il piano elettrico del grande poeta catanese Beppe Costa

Beppe Costa Alesini

Classe 1941, anche autore di narrativa e di teatro, Costa è l’uomo che è riuscito, con ostinata volontà, a fare applicare la “Legge Bacchelli” alla grande e appartata Anna Maria Ortese da Napoli. Il sottotitolo “poesia a due voci” rende bene l’atmosfera che andrete a respirare. Da un lato c’è la poesia terrigna, sensuale, quasi “tattile” di Beppe Costa, un inno alla bellezza, nonostante il dolore, costruito con un tempio nobile di parole semplici, la voce rugosa impastata di terra riarsa, dall’altra la dilatazione, gli echi, i bordoni, le schegge siderali e affilate del suono di Alesini.

Il tutto nato in pieno lockdown, per mail, per telefono, tra primavera e inverno del 2000.

Arlo Bigazzi e Chiara Cappelli, Io canto il corpo elettrico – e abbraccio quelli che amo (Materiali Sonori)

La base operativa nel cuore verde toscano di Loro Ciuffenna è ormai da decenni centro di irradiamento di straordinari esperimenti a cavallo tra poesia e musica. Non usiamo l’aggettivo a sproposito: basterebbe andarsi a risentire un progetto di tanto tempo fa come quello realizzato da Arlo Bigazzi con il poeta nativo americano Lance Henson e Claudio Chianura, Another Train Ride, di oltre vent’anni fa, o quello, ben più recente, su Majakovskij.

Il nome del visionario, urticante poeta della rivoluzione bolscevica torna prepotente, qui, accostato ai versi del poeta che affermava di contraddirsi perché “conteneva moltitudini”, Walt Whitman, a una poesia iniziale dello stesso Arlo, e, in chiusura, alla splendida Voglio scolpire un fiume di Venturino Venturi. Proprio nel museo a lui intitolato, a Loro Ciuffenna, è stato inciso dal vivo questo cd.

Bigazzi Cappelli

La voce decisa di Chiara Cappelli, le tastiere e l’elettronica di Lorenzo Tommasini e Lorenzo Boscucci (responsabili anche dell’incisione), tromba, flicorno, flauto di Mirio Cosottini, i bassi di Arlo. Polpa densa e a tratti vaporosa per versi altrettanto densi e vaporosi. Che restano impressi.

Beatrice Arrigoni e Fabrizio Carriero, Nel canto presente (Honolulu Records)

Un progetto che nasce e si realizza nell’affrontare la materia, spesso tanto incandescente quanto ignorata, della poesia italiana contemporanea, con l’intento – dichiarano i due protagonisti di questa incisione – di ottenere che la musica si snodi «come se questa inseguisse la parola e viceversa, come se la parola la cercasse, per risplendere ancora più intensamente». Com’era alle origini, verrebbe da dire.

Arrigoni

Beatrice Arrigoni è qui impegnata alla voce, agli effetti sonori, alle percussioni, oltre a proporre il primo testo, "Segno elementare", dilatato poi in una serie di sillabe quasi sciamaniche. Fabrizio Carriero usa percussioni, batteria, zither.

Le altre poesie, attraversate da sciami pulsanti dei metallii, da pulsazioni telluriche delle pelli sono di Mario Benedetti, Silvia Bre, Liliana Zinetti, Giuseppe Goffredo, Paola Loreto, Bruno Lugano, Milo De Angelis.

Federico Sirianni, Maqroll (Nota)

«Sono un poeta anche quando scrivo narrativa», diceva di sé il grande Álvaro Mutis. Il suo personaggio di Maqroll il gabbiere, Corto Maltese integrale della letteratura più raffinata e lancinante che sia dato leggere in una vita di letture, Ulisse senza requie né  Itache possibili, soggetto a tutte le tentazioni da schiere di sirene in realtà ha davvero vissuto prima nel magma ustionante di una poesia che sembra accumulo di cenere, e invece brucia sempre. Vedi alla voce Opere Perdute.

Ben singolare che Federico Sirianni, uno dei tanti eredi veri di Faber un giorno si sia ricordato della "Smisurata preghiera" che De André realizzò a volte traducendo, a volte tradendo il dettato letterale di Mutis, e che la sorte gli abbia poi messo in mano un libro di Mutis da cui sbalzava fuori il salmastro inquieto di Maqroll.

maqroll

A lui, che, da genovese, ha scritto un verso geniale come “Liberaci dal mare”. Ecco nascere allora queste canzoni, nelle parole di Sirianni, con la «rivelazione sulla via di Damasco: nessun personaggio letterario riusciva a rendere così potente quel senso di incollocabilità, un’incollocabilità fisica, e, ancor più, dell’anima».

Canzoni attraversate da pulviscoli di elettronica, scricchiolii di chiglie, visionarietà degne del colombiano. Nel libretto, poi, i contributi in foto, disegni, annotazioni di tanti amici musicisti, narratori, poeti: a riprendere un filo poetico che Maqroll fa sgusciare sempre dalle mani.

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