Coronavirus: un tavolo di crisi per il mondo del jazz

Corrado Beldì, presidente dell'associazione italiana dei festival jazz, spiega la situazione attuale e le richieste al Ministero

Coronavirus jazz chiusure rinvii
La biglietteria di Bergamo Jazz
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Nel pieno dell’emergenza sanitaria per il Coronavirus, il giorno dopo il decreto ministeriale che – di fatto – ferma tutti gli eventi fino al 3 aprile, si cominciano già a contare i danni nel settore cultura, tra i più colpiti dallo stop, anche perché molto spesso i suoi lavoratori – dai musicisti agli organizzatori – non sono tutelati, non godono di particolari ammortizzatori sociali e (nel caso dei festival) basano i loro budget annuale su poche settimane, a volte pochi giorni di attività.

Una playlist classica per i tempi di quarantena

La situazione è ancora più compromessa perché, al netto delle scadenze dei decreti, potrebbe delinearsi in ogni caso un “periodo speciale” di durata non definita, con mobilità ridotta per buona parte dei cittadini europei (ma non solo) e con limitazioni di vario tipo a concerti e manifestazioni. Insomma, piove sul bagnato per settore che, ricordiamo, già era stato danneggiato dall'inasprimento delle norme sulla sicurezza.

Già negli scorsi giorni la Federazione "Il Jazz Italiano" ha indirizzato una lettera, firmata dal suo presidente Paolo Fresu, al Ministro Franceschini, invitandolo «a considerare, una volta per tutte, le necessarie azioni per tutelare lavoratori che contribuiscono in modo consistente alla ricchezza materiale e morale del nostro Paese», e a identificare, nello specifico, «criteri di rendicontazione per i concerti annullati per causa di forza maggiore nonché misure di sostegno aggiuntive». 

Per parlare della situazione abbiamo raggiunto Corrado Beldì, presidente di I-Jazz, l’associazione che federa i principali festival di jazz della penisola.

Corrado, qual è la situazione attuale, e il morale, dei lavoratori del mondo del jazz? Quanto è grave la crisi?

«C’è molta preoccupazione. Molti concerti cancellati, per i giusti provvedimenti sulla diffusione del virus ma anche per una certa paura da parte di musicisti stranieri che non vogliono venire in Italia. Anche le prevendite scarseggiano. Alcuni festival sono in grave difficoltà, e a breve sapremo il destino di festival imminenti, penso a Ivrea e Bergamo Jazz [che intanto è stato rinviato a giugno, N.d.R.]. La situazione ovviamente penalizza tutti lavoratori della filiera, penso anche ai tecnici e ovviamente gli artisti che non hanno specifiche forme di tutela».

«Siamo in questa situazione da sole due settimane ma la crisi rischia di essere molto più grave perché si abbatte su un sistema di per sé molto fragile».

«Siamo in questa situazione da sole due settimane ma la crisi rischia di essere molto più grave perché si abbatte su un sistema di per sé molto fragile. Sappiamo quanto fatichi la cultura di qualità, il mondo dello spettacolo vive già da qualche anno una fase sempre più forte di burocrazia e un sostegno pubblico che, a valori reali – parlo del FUS – è diminuito del 60% rispetto agli anni Ottanta».

Quali misure state portando avanti, con I-Jazz e con le altre associazioni?

«Esiste un tavolo di crisi da parte delle associazioni, con Federvivo, presso il MIBACT. Da parte nostra stiamo portando avanti le istanze degli operatori, chiedendo la conferma dei fondi già stanziati, l’individuazione di risorse aggiuntive per i destinatari di fondi FUS ma anche misure di defiscalizzazione e sospensione contributiva valide per tutti gli operatori, in modo da sostenere un settore che altrimenti rischia il collasso. In questo quadro, abbiamo condiviso le richieste di Federvivo e le preoccupazioni ben espresse da una lettera della Federazione “Il Jazz Italiano”, anche rispetto al mondo dei musicisti».

Che cosa serve per tamponare la crisi, e – guardando avanti – che cosa servirà una volta che sarà rientrata?

«Oltre alle misure sopra elencate, pur nel rispetto delle iniziative di tutela della salute, dobbiamo guardare avanti con ottimismo: presto i teatri riapriranno. E dobbiamo dire agli appassionati che è il momento di pensare al futuro, dopo il letargo ci sarà voglia di risveglio quindi ancora maggiori opportunità di socializzazione e di cultura».

«Qui non basta la nostra capacità di rialzarci: serve un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e cultura, Stato e lavoro, Stato e persone».

«Paradossalmente, potrebbe essere l’occasione per cambiare alcune cose: da anni guardiamo con interesse ai paesi europei che hanno aumentato i fondi sulla cultura come ricetta per creare un’occupazione diffusa. Ecco, se nei 4 miliardi di stanziamenti da parte del Governo ci fossero interventi integrativi sulla decontribuzione – diciamo 500 milioni di euro –, oltre a un raddoppio del FUS, si potrebbe far ripartire il settore culturale e turistico. Qui non basta la nostra capacità di rialzarci: serve un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e cultura, Stato e lavoro, Stato e persone».

L’Italia sembra al momento la più colpita, almeno in Europa. Tu lavori a stretto contatto con operatori europei da anni. Come viene vista, da fuori, la situazione italiana attuale?

«A oggi in Europa non ci sono le restrizioni che abbiamo avuto in Italia, la situazione è molto fluida ma ci giungono anche dall’estero preoccupazione rispetto alle affluenza nei teatri [proprio in giornata è stata rinviata a data destinarsi la fiera Musikmesse, N.d.R.]. Ci dicono che il virus o scomparirà con l’arrivo della primavera, e allora l’auspicio, permettimi la battuta, è di trovarci molto presto immersi nuovamente in un’atmosfera molto hot jazz!».

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