Catherine Graindorge, un violino per il tempo presente

Abbiamo incontrato la musicista belga Catherine Graindorge per parlare del suo nuovo lavoro Eldorado, per Glitterbeat

Catherine Graindorge Eldorado
Catherine Graindorge (foto Elie Rabinovitch)
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A distanza di nove anni dal precedente album solista, la musicista belga Catherine Graindorge pubblica il suo nuovo lavoro Eldorado per l’etichetta tak:til, sussidiaria della Glitterbeat.

Inciso a Bristol nello studio J & J di Jim Barr, bassista che ha suonato con Portishead, Goldfrapp e Peter Gabriel, e prodotto da John Parish, tra le altre cose collaboratore abituale di PJ Harvey, questo disco ci dà lo spunto per una chiacchierata con l’autrice.

Catherine Graindorge - Eldorado

«Avevo mandato il mio primo disco The Secret of Us All a John Parish», racconta Graindorge «e lui mi aveva detto che gli era piaciuto. Poi mi ha invitata a un workshop di una settimana in Inghilterra in una fabbrica abbandonata con altri musicisti, mi è piaciuto molto il suo modo di lavorare, è molto curioso, sempre alla ricerca di suoni nuovi. Siamo rimasti in contatto e alla fine lui è stato il produttore di Eldorado».

«Sono passati nove anni tra i miei due album ma non pensare che io sia rimasta con le mani in mano: in realtà ho fatto colonne sonore, le musiche per uno spettacolo teatrale dedicato alla figura di mio padre – Michel Graindorge, uno dei più conosciuti e “impegnati” avvocati del Belgio –, ho suonato in tre brani inclusi nella raccolta Axels & Sockets (The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project), ho suonato con il tristemente famoso Bernard Cantat e collaborato spesso con Hugo Race, il più delle volte con il mio gruppo Nile On Wax, che comprende anche il mio compagno Elie Rabinovitch alla batteria e David Christophe al basso. Con Hugo ho lavorato al disco Long Distance Operators, inciso nel 2017 a Cavagnolo, in provincia di Torino, nello studio di Davide Tosches».

Ecco un estratto da quel lavoro:

«Conosco i proprietari dell’etichetta Glitterbeat da diversi anni, ci rispettiamo a vicenda. Ho ricevuto una loro mail a dicembre dello scorso anno per una collaborazione su alcuni pezzi; all’epoca ero in contatto con una piccola etichetta indipendente di Manchester ma la Brexit ha reso le cose troppo complicate. A gennaio ho avuto un altro contatto con Glitterbeat e voilà, abbiamo trovato un accordo e il disco è stato pubblicato». «In questo momento portare il disco in tour in Inghilterra è praticamente impossibile ed è un peccato perché le radio che lo stanno trasmettendo – soprattutto BBC 3 e BBC 6 – sono inglesi. John Parish avrebbe dovuto venire a Bruxelles per il concerto di presentazione del disco ma ha rinunciato perché le pratiche per uscire dall’Inghilterra non erano giustificate da un solo concerto. Qui in Belgio i concerti sono ripartiti in modalità pre-Covid: si entra col Green Pass, ma, una volta che si è dentro la sala, si può stare in piedi e senza mascherina».

«Sono contenta di poter tornare a esibirmi dal vivo, il lockdown ha lasciato dei segni di cui fatichiamo a liberarci: è vero, siamo stati a casa, ci siamo dedicati maggiormente ai nostri familiari, ma ci sono mancati i contatti con gli altri e facciamo fatica a ricostruire la quotidianità precedente. Ho cercato di rendere tutto ciò nel brano “Lockdown”. Sai, ho un problema con la morte (risate), l’abbandono mi spaventa. Ultimamente è subentrata anche la nostalgia del passato, ecco perché nel video compaiono le immagini tratte da vecchie diapositive di famiglia».

Un particolare importante per capire meglio la personalità di Catherine: non appena è stato possibile uscire, accompagnata dalle due figlie Lula e Ilona, ha iniziato a esibirsi nei giardini di fronte alle case di riposo di Bruxelles per portare un segnale di vicinanza e speranza alle persone che maggiormente avevano patito l’isolamento e la solitudine. Una specie di progetto di famiglia che ha costretto Catherine ad aprire l’”armadio della memoria”.

Eldorado è aperto da “Rosalie”, brano dedicato alla memoria di Rosalie Uwimabera-Mutabazi, donna ruandese sfuggita, a differenza dei suoi genitori, al genocidio scatenato dagli Hutu nei confronti dei Tutsi: a distanza di 25 anni i resti dei suoi genitori furono ritrovati e fu quindi possibile dar loro l’estremo omaggio. Tre giorni dopo le esequie il cuore di Rosalie si fermò per sempre. Aveva solo 51 anni. Musica da camera del ventunesimo secolo, la vita e la morte che si confondono nella loro unione indissolubile. Rosalie è morta il 1° ottobre del 2019 e Eldorado è uscito il 1° ottobre di due anni dopo, ma è solo una coincidenza, non è stato voluto.

«È un momento particolare – continua il racconto di Catherine – e il mio disco se ne occupa: la pandemia (la già citata “Lockdown”), l’impossibilità di spostarsi, i cambiamenti climatici (“Kangaroos in Fire” e “Before the Flood”), la migrazione dei popoli e il loro sradicamento (“Ghost Train”), la memoria (“Butterfly in a Frame”), tutto questo ha reso Eldorado un disco più duro, privo delle armonie del precedente. È difficile parlare della propria musica: adesso tu mi hai appena letto alcuni passi della recensione uscita su Paris Move in cui si dice che “questo album distilla uno splendore ghiacciato, evocando meglio di qualsiasi discorso lo stupore pietrificato dei nostri tempi confinati”. Senz’altro le mie inquietudini ci sono tutte, se poi l’album trasmette una sensazione di gelo, beh, questo non te lo so dire».

L’Eldorado, il paese dell’oro, era il luogo mitico cercato dai primi colonizzatori europei, i conquistadores, sbarcati sul continente americano, una sorta di Graal, ma nel corso dei secoli è diventato un luogo di speranza dove realizzare i propri sogni per i molti che lasciano la loro terra per venire in Europa, il loro Eldorado.   

«Nel dicembre del 2017 mi sono decisa a fare qualcosa di concreto, spinta anche dal mio compagno stufo di sentirmi dire che bisognava agire. “Basta, fallo, facciamolo”. In effetti non c’è voluto molto, alla fine sono i piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza: sono entrata in contatto con una piattaforma di accoglienza gestita da volontari e abbiamo accolto per una notte due profughi sudanesi. Riportarli in strada il giorno seguente è stato terribile e quindi ci siamo proposti per un’accoglienza più lunga e abbiamo ospitato Filimon e Seleshi, due giovani eritrei, aiutandoli a raggiungere ciò che cercavano: adesso il primo ha un’abitazione e una nuova vita qui in Belgio, mentre il secondo vive in Inghilterra. Questa vicenda che ha coinvolto tutta la famiglia è stata anche una bella lezione di vita per le mie figlie, costrette a rapportarsi con persone meno fortunate e a conoscere culture ed esperienze personali diverse dalle loro».

Catherine Graindorge - Eldorado

«”Eno”, il pezzo conclusivo – prosegue Catherine -, è chiaramente un omaggio a Brian Eno, un musicista che adoro. Avevo preparato un loop e quando sono andata a Bristol l’ho fatto sentire a John Parish al fine di tirarci fuori qualcosa, cosa che è stata fatta. È incredibile il numero delle collaborazioni di Eno e la sua influenza sulla musica odierna è incalcolabile. Non so, l’ho sempre visto come un bambino che gioca (risate). Sai, i miei brani sono soprattutto strumentali, quindi i titoli sono casuali, a volte derivano da sensazioni mie, poi ognuno ci trova quello che crede».

«Sto riprendendo a suonare dal vivo, sarò a Liegi, poi ho qualche data in Olanda, ma sto facendo tutto con calma, anche perché ho speso molto tempo nella ricerca di un’etichetta per Eldorado. Figurati che al momento non ho neanche un promoter: nei prossimi giorni ho un appuntamento telefonico con un agente di Lubiana, vediamo se riusciamo a collaborare. Mi piacerebbe tornare in Italia, dove sono stata qualche anno fa in tour con Apparat.

Umanesimo, presa di coscienza, la bellezza e l’efficacia dei gesti: in Eldorado troviamo tutto questo. A volte la musica può sembrare oscura, come se uscisse da caverne profonde, ma non fatevi ingannare, segue sempre un sottile raggio di luce: l’Eldorado, per l’appunto.

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