Una Sinfonia di Dvorak che arriva da Praga

Jakub Hrusa ha diretto a Santa Cecilia la Sinfonia n. 8 del suo connazionale e il Concerto per violino di Brahms con Sergey Khachatryan come solista

 Jakub Hrůša
Jakub Hrůša
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica
Concerto Jakub Hrůša
05 Giugno 2021

Soltanto gli ultimi quattro appuntamenti della stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia si stanno realizzando in presenza degli spettatori, seppure con alcune modifiche rispetto al programma originale, la maggior parte piccole, ma una grande: la perdita del concerto di James Levine, recentemente scomparso. Resta il rimpianto per tutti i concerti perduti nei mesi scorsi - o realizzati solo per lo streaming, come quello emozionante e commovente di Herbert Blomstedt - ma in compenso dopo il lungo digiuno si apprezza ancor più la possibilità di ascoltare finalmente la musica dal vivo, soprattutto se sul podio c’è un direttore come il quarantenne ceco Jakub Hrůša, in cui l’Accademia indubbiamente crede molto, invitandolo frequentemente e affidandogli quest’anno anche il concerto al Quirinale per la Festa della Repubblica.

Per la cronaca, bisogna riferire che l’inizio del concerto è stato avventuroso, perché dopo alcuni minuti il Concerto per violino  di Brahms è stato interrotto a causa di un problema all’impianto dell’illuminazione, ma poi tutto si è sistemato e si è ricominciato da capo. L’approccio di Hrůša a Brahms è subito apparso ben diverso dalla sua drammatica, corrusca e rocciosa interpretazione della Sinfonia n. 1 nel 2016, ma d’altronde il do minore di quella Sinfonia è un altro mondo rispetto al re maggiore di questo Concerto. Per capire la strada presa da Hrůša questa volta è bastato sentire come lasciasse delicatamente sbocciare la piccola melodia dell’introduzione orchestrale, come il suo colore ombroso (viole, violoncelli, fagotti e corni) si illuminasse gradualmente con l’intervento degli oboi e dei flauti, come non vi fosse la minima forzatura retorica nell’entrata in scena del nuovo tema, ritmico e a piena orchestra, e come infine tornasse di nuovo con altrettanta naturalezza e senza cesure l’incanto dell’atmosfera iniziale. Il Concerto di Brahms si basa quasi interamente su tali continue alternanze di momenti contrastanti ma strettamente connessi, anzi avviluppati, che Hrůša ha realizzato in modo assolutamente mirabile, ottenendo dall’orchestra un suono sempre caldo, rotondo e pieno, mai pallido o flebile nel piano né gonfio o brusco nel forte.

Il trentacinquenne violinista armeno Sergey Khachatryan ha un suono puro, limpido, con poco vibrato, perfettamente controllato, privo di asprezze e forzatura, ma non molto potente, e il direttore cercava di regolare di conseguenza il volume dell’orchestra. È specialmente nei momenti più raccolti e assorti che il solista e l’orchestra intessevano un dialogo calibratissimo, intenso, quasi amoroso. Alla fine della grande cadenza del primo movimento (Khachatryan ha scelto quella tradizionale di Joseph Joachim) era una meraviglia il sommesso e intimo dialogo del solista con gli strumenti a fiato, sul leggerissimo tappeto di seta degli archi: l’emozione dei musicisti contagiava gli ascoltatori e accomunava tutti in un momento veramente magico, come raramente avviene.

Con queste premesse sarà superfluo soffermarsi a dire come il cameristico Adagio - preso forse ad un tempo appena troppo veloce - sia stato quasi altrettanto magico. L’Allegro giocoso era meno nelle corde del violinista, che comunque ne ha dato un’esecuzione forse non molto trascinante ma sicuramente di classe.

Alla fine l’intera orchestra ha applaudito insieme al pubblico, ed è sembrato che i violinisti fossero i più calorosi nel tributo al loro collega, di cui meglio degli altri hanno potuto apprezzare l’arte forse non molto appariscente ma sicuramente preziosa.

Senza intervallo – secondo le norme attuali – si passava alla seconda parte del concerto, la Sinfonia n. 8  di Antonín Dvořák. Dire che in questa musica Hrůša si trovava a casa sua può essere banale, ma è la semplice verità. Anche qui colpiva la sua capacità di plasmare con morbidezza ogni melodia, piccola e semplice o ampia e grandiosa che fosse, e di cogliere il colore specifico di ogni impasto strumentale, cameristico o a piena orchestra. Anche in Dvorak bastavano le prime battute a far intendere il suo approccio a questa musica, con la transizione fluida e senza cesure dal crepuscolare sol minore dell’introduzione di violoncelli, clarinetti, fagotti e corni al solare sol maggiore dei flauti (quasi come in Brahms, che Dvořák venerava) e alla progressiva crescita dell’energia sonora del tema successivo, supportato dalla fanfara degli ottoni. Il discorso procedeva sempre senza forzature, con una naturalezza totale, che permetteva a ogni dettaglio di trovare il suo colore e il suo posto esatto all’interno di questo ampio movimento. E lo stesso vale per l’intera Sinfonia, che è semplice e popolare e allo stesso tempo grandiosa e complessa. Un Dvořák trascinante ed esaltante, come deve essere, che ha guadagnato a Hrůša gli applausi entusiasti degli spettatori, purtroppo appena cinquecento, come i decreti governativi e la prudenza impongono.

 

 

 

 

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