Una settimana con Mozart a Santa Cecilia

In quattro giorni quattro concerti interamente mozartiani diretti da Piovano e Biondi con i complessi stabili dell’Accademia 

Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Recensione
Roma, Parco della Musica
Mozart a Santa Cecilia
13 Febbraio 2019 - 16 Febbraio 2019

Scritti da Mozart a Salisburgo nei giorni del suo sedicesimo compleanno, i tre Divertimenti per archi K 136, K 137K 138 forse sono Quartetti da suonare a parti reali e forse Sinfonie da suonare con una piccola orchestra, ad libitum: su come classificarli i musicologi hanno discusso a lungo, ma certamente tale questione non turbava gli ascoltatori dell’epoca. Quel che è certo è che sono tra le musiche più felici del Mozart adolescente, che qui si tuffa nello stile “galante” con la sua scrittura naturale ma raffinata, semplice ma ornata, vivace ma equilibrata e la arricchisce anche di modulazioni, sviluppi e spunti fugati che già preannunciano la pienezza dello stile classico. Non ci vuol niente a distruggere questa musica ingannevolmente semplice e il pericolo maggiore è che un’orchestra moderna ne appesantisca la miracolosa leggerezza e la trasparente brillantezza. Luigi Piovano li ha diretti con una piccola orchestra d’archi, non però così piccola come quelle del tempo di Mozart, perché suonava in una sala da oltre mille posti, non tanto grande secondo i parametri attuali ma enormemente più grande di quelle dei palazzi salisburghesi a cui queste musiche erano destinate. Ma ormai le orchestre moderne hanno imparato a dosare il peso dell’archetto sulle corde, a ridurre al minimo il vibrato e a rendere vivace e scattante il fraseggio. I tempi veloci di Piovano hanno fatto il resto. Quel che ci è piaciuto di più è che gli strumentisti sembravano ascoltarsi tra loro, come in un gruppo da camera allargato (d’altronde questi Divertimenti erano pensati anche per essere eseguiti da un quartetto) e questo rendeva il dialogo tra loro molto vivo e serrato. Certamente li ha aiutati in questa direzione l’avere sul podio uno di loro, perché Piovano è allo stesso tempo un ottimo direttore e il primo violoncello dell’orchestra di Santa Cecilia.

Questo avveniva mercoledì. Nei tre giorni successivi erano in programma le tre abituali repliche della stagione sinfonica dell’Accademia nella grande sala del Parco della Musica, con un altro programma mozartiano, diretto da Fabio Biondi. Il primo brano era la Sinfonia n. 31 in re maggiore K 297 “Parigi”, scritta per l’orchestra dei “Concerts spirituels”, molto ricca per il tempo, con flauti, oboi, clarinetti (così amati da Mozart!), fagotti, trombe, corni e timpani, oltre agli archi. Mozart, che avrà nuovamente a disposizione un simile organico strumentale solo nelle sue ultime tre sinfonie, sembra impazzito di gioia per tutto questo ben di dio sonoro e lo sfrutta appieno. L’inizio è pomposo con trombe e timpani in evidenza, il famoso ‘coup d’archet’ si fa sentire dove previsto dallo stile francese ma anche altrove, a sorpresa. E, soprattutto, dato che per sulla strada di Parigi si era fermato a Mannheim, Mozart ci mette i crescendo e i virtuosistici “tutti” a folle velocità che erano la specialità dell’orchestra di Mannheim ma misero in difficoltà quella di Parigi. In considerazione delle particolarità di questa Sinfonia e dell’acustica di una sala da 2.700 posti, Biondi ha scelto un’orchestra relativamente ampia ma - non dimenticando di essere nato come violinista – l’ha diretta come avrebbe fatto un Konzertmeisterdell’epoca di Mozart, che suonava il violino e contemporaneamente dava alcune indicazioni all’orchestra e badava che tutti andassero insieme. Biondi controllava, suggeriva, spronava, come un primus inter pares: non era un direttore-dittatore e gli strumentisti non erano spasmodicamente impegnati a seguire la sua bacchetta come automi, ma, anche qui, si ascoltavano e dialogavano tra loro. Questa Sinfonia riacquistava così la sua dimensione autentica, anche senza gli “strumenti originali” con cui Biondi è abituato a lavorare.

Nella Sinfonia concertante K 364, scritta l’anno dopo a Salisburgo, il dialogo tra gli strumenti era ancora più stretto e cameristico che nella sinfonia parigina, favorito dalle dimensioni della piccola orchestra del principe-arcivescovo (due oboi, due corni e archi) e dal fatto che Biondi al violino e Raffaele Mallozzi, prima viola dell’orchestra romana, avevano il ruolo sia di solisti che di prime parti dell’orchestra: forse questo sacrificava un po’ la loro individualità di solisti – rispetto ad altre esecuzioni in cui i due solisti si comportano da protagonisti assoluti – ma era quel che avveniva al tempo di Mozart.

Conclusione con la Sinfonia n. 36 in do maggiore K 425 “Linz”, la prima delle appena cinque composte da Mozart a Vienna, non considerando la “Haffner”, che nacque come Serenata. L’orchestra resta più piccola di quella parigina (mancano flauti e clarinetti) ma il contenuto musicale è più sostanzioso e dà a questa Sinfonia una sua personalità, una sua individualità. In Sinfonie come queste i grandi direttori di oggi (o dovremmo dire di ieri?) si sentono in dovere di dare la loro interpretazione, cioè di sovrapporre la loro personalità a quella dell’autore: però all’epoca di Mozart il concetto di “interpretazione” non era nemmeno nato, la musica andava soltanto eseguita, punto e basta. È quel che ha fatto benissimo Biondi, qui come nei due precedenti lavori, cogliendone senza filtri le caratteristiche che ne fanno delle opere che, sebbene forse inferiori alle ultime Sinfonie mozartiane, sono già dei capolavori perfettamente realizzati, purché non se ne alteri la vera fisionomia con interpretazioni che non li valorizzano per quel che sono e invece vi cercano quel che non può ancora esserci.