"Un bel dì vedremo" un bel niente

Cercando musiche al Torino Film Festival numero 28

Recensione
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In una edizione, la ventottesima, piena di registi giovani che fanno film giovani per pubblico giovane, era evidente che al Torino Film Festival abbondassero doc, pseudo-doc intorno e dentro concerti (“Soulboy” di Shimmy Marcus in concorso, “Bus Palladium” di Christopher Thompson, l’insopportabile “This movie is broken” di Bruce McDonald, lo spassoso vampiresco “Suck” di Rob Stefaniuk con Iggy Pop, Alice Cooper e Moby nel cast sanguinolento…). Invece, andando di sghimbescio, muovendosi lateralmente sui paralleli più che sui meridiani del programma, molte idee buone di musica e sulla musica si sono viste e ascoltate, mentre Pierpaolo Capovilla (Teatro degli Orrori) sedeva nella giuria del concorso Italiana.Corti.
Grande riciclatore di se stesso e del proprio sempre più ripetitivo (non nel senso buono minimalista!) stile, Michael Nyman ha ripescato la sua colonna sonora per il cineocchio dell’ “Uomo con la macchina da presa” di Dziga Vertov (1929): facendo montare da Max Pugh le parti girate in videocamera da turista speciale dei propri tour che avevamo visto in forma di scatti ossessivi nel progetto “Sublime” realizzato da Volumina in uno dei suoi volumi eccentrici, è tornato sul valore oggettivo dell’inquadratura rubata alla banalità del reale con il suo “Nyman with a movie camera”, una sorta di nevrotico trionfo dell’accidentale. Tra i corti presentati intorno al suo giochino visivo, “Guns’n’dolls” è il più nymaniano, e quindi nevrotico, perverso e sospetto, un po’ horror e abietto, con quelle bamboline del mercato iraniano di Isfahan che canticchiano all’infinito “Twinkle twinkle little star”. Buffo e quasi poetico il corto sul busker di Lisbona che fischietta accompagnandosi con una chitarra rotta ripescata dal cassonetto.
Per il guru del TFF, Tonino De Bernardi, la “Madama Butterfly” è “Butterfly-l’attesa”: girato in un cascinale con amici, parenti e nipotini in pacchiane brachette e squallidi calzini corti di una pigra estate piemontese, intende il “Bel dì vedremo” come una interminabile iterazione di occhi sbarrati nell’attesa di fanciulle-attrici o fanciulle-cantanti affacciate alle finestre, su e giù in kimono sui ballatoi, in mezzo alle vacche muggenti, di fronte a datati o trucidi Pinkerton vestiti con la giubba del club nautico che mai riescono manco ad abbracciarsi, che si fissano e non giungono a incontrarsi mai, in un amore falso e quindi irrealizzato. Un cerimoniale di un regista che – confessa – ama sempre «sconfinare» anche nel kitsch sempre in agguato della lirica. Anche per Tonino, come per Michael, bambole lungamente inquadrate. Come se in qualche modo il canto sirenetto di una femmina dalle confuse vaghe impotenti promesse di pseudo-amore non fosse qualcosa di troppo strano, alla Dario Argento, che prima o poi ti arriva il coltello nel cranio o l’osso spolpato, biancheggiante. Sino all'ultimo scrutare dalla spiaggia l'ultimo orizzonte del niente che mai arriva (l'ultima spiaggia).
Ma il capolavoro sonoro di questo TFF28 è “The abolition of work”, 12 minuti del collettivo sperimentale catanese canecapovolto: virtuosi del montaggio straniante spaesante e angosciante, i tre rileggono il pamphlet anarchico di Bob Black che equivale lavoro=morte, lanciando con un agghiacciante vocoder prospettive di crudeltà e di mistero, fasciate dalla partitura elettronica di Carmelo Sciuto, che ha scritto la musica più contemporanea di tutti, ovvero inafferrabile e vera.








The Abolition of Work (trailer) from canecapovolto on Vimeo.

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