Sul divano della diva

Dopo Milano e Roma, Monica Bellucci rievoca il grande soprano in “Maria Callas: Lettere e Memorie” di Tom Volf al Teatro Goldoni di Venezia

Monica Bellucci (Foto Thomas Daskalakis)
Monica Bellucci (Foto Thomas Daskalakis)
Recensione
classica
Venezia, Teatro Goldoni (Teatro Stabile del Veneto)
Maria Callas: Lettere e Memorie
26 Novembre 2021 - 27 Novembre 2021

“Dove cessa la lingua comincia la Musica, ha detto il fantastico Hoffmann. E veramente la Musica è una cosa troppo grande per poterne parlare. Ma si può sentirla sempre, invece, e sempre rispettarla con umiltà. Cantare per me, non è un atto d’orgoglio, ma solo un tentativo d’elevazione verso quei cieli dove tutto è armonia.” Comincia con questa lettera firmata Maria Meneghini Callas lo spettacolo Maria Callas: Lettere e Memorie tornato in Italia per una breve tournée prima degli appuntamenti di dicembre a Istanbul e Londra, dopo il debutto a Spoleto nell’agosto dello scorso anno. Tre le tappe italiane: il Teatro Manzoni di Milano, l’Auditorium Parco della Musica a Roma e infine il Teatro Goldoni di Venezia, quest’ultima tappa fortemente voluta dal neo-direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto, Giorgio Ferrara, che quello spettacolo volle per chiudere i suoi 13 anni alla guida del Festival dei Due Mondi.

Nel buio della scena, ci sono solo un divano, che è la riproduzione esatta di quello di Avenue Georges Mandel a Parigi, dove la Callas trascorse gli ultimi 15 anni della sua vita fino alla morte nel 1977, e un grammofono, sul quale Maria ascoltava le proprie registrazioni e la musica del cuore. Il resto sono parole, quelle affidate dalla Callas alle lettere mandate ad amici e confidenti che seguono tutto il suo percorso dall’ascesa al lento declino fino agli anni del silenzio.

La nascita a New York e l’incertezza sulla sua data di nascita (il 2 o il 4 dicembre? ma lei dice di preferire il 4), le difficoltà materiali nella Grecia occupata dai nazisti e il debutto nel 1941 ad Atene con Tiefland, la Cavalleria rusticana tedesca, opera amatissima dal führer. Anni difficili in cui il debutto in Italia e alla Scala è ancora un sogno, confessato alla cara maestra e confidente Elvira de Hidalgo, che si avvera non molto dopo, nel 1947 all’Arena di Verona con La Gioconda di Ponchielli: racconta di quanto sia duro ma gratificante il lavoro con Tullio Serafin a Giovanni Battista “Titta” Meneghini, futuro marito (“innamorato della Callas ma non di Maria”, confida all’amico Leonidas Lantzounis). Grazie a Serafin tocca la perfezione e lo racconta alla Hidalgo, come l’invito di Toscanini a fare con lui il Macbeth alla Scala o il suo trionfo a Firenze nella Traviata, preparata in soli sei giorni ma con il pubblico in visibilio dopo il primo atto e con tutta quella gente che piangeva come i macchinisti e i coristi. Sono anni di trionfi, interrotti bruscamente nel 1958 con quel suo incidente a Roma, quando si ritrova sbattuta sulle prime pagine di tutto il mondo con “violenza e crudeltà”. Lei non ci sta a fare la parte della diva capricciosa ma non è in piena forma in quella fredda fine di dicembre a Roma. Canta a voce piena alla generale, non si ripara dagli spifferi del camerino e l’indomani resta completamente afona. Alla prima di qell’attesissima Norma, il 2 gennaio, il teatro è esaurito. Anche il Presidente Gronchi è venuto ad ascoltare la divina nel suo ruolo più celebre. Lei canta ma non al massimo com’è sua abitudine. Dopo la cabaletta abbandona il palcoscenico e si chiude in camerino. Inutile insistere: per rispetto al pubblico e a Vincenzo Bellini non canterà oltre. Abbandona il teatro. La stampa si scatena con una violenza che la ferisce profondamente, e le tornano in mente le parole amare di Violetta a Germont padre nella Traviata: “Così alla misera ch'è un dì caduta, / di più risorgere speranza è muta! / Se pur benefico le indulga Iddio, / l'uomo implacabil per lei sarà.”

Dal grammofono la voce della Callas che intona le note scritte da Verdi chiude il primo capitolo di questa biografia epistolare, quella degli anni in cui si forma il mito Callas, e apre il secondo quella degli anni ’60, dell’incontro con Onassis e della loro lunga e infelice storia d’amore durata otto anni. L’attrazione per l’armatore la confessa in una lettera spedita da Montecarlo alla regina del gossip di allora Elsa Maxwell. È il luglio del 1959. La Callas spera di poter trovare la “via alla felicità” dopo gli anni con Meneghini (“un miserabile” lo definisce in una lettera a Wally Toscanini del 1960) destinati a chiudersi presto e con spiacevoli strascichi e risentimenti. Onassis la fa sentire donna finalmente. Emerge sempre di più, però, anche la fatica nell’affrontare l’”arena dei leoni” che le ha dato la fama. Lo scrive a Giacomo Lauri Volpi e a Grace Kelly. A Christina Gastel Visconti nel 1965 scrive che le forze l’abbandonano e deve davvero sforzarsi di dosarle: “L’anima si consuma come le energie”. Dal grammofono si sente “Vissi d’arte”: la Callas come la Tosca. A Onassis dedica parole appassionate (“ti amo corpo e anima”, “per me sei tutto”) ma già nel 1968 racconta ancora all’eterna amica Elvira de Hidalgo della “botta enorme” che le ha tolto il fiato: è venuta a sapere dai giornali, che lui sposerà un’altra donna. Onassis diventa un “irresponsabile” che disgusta la diva. Le forze mentali e fisiche l’abbandonano. La sua casa è il solo rifugio dove si sente bene.

Si apre l’ultimo capitolo, quello degli ultimi anni, intrisi di nostalgia e solitudine. A Pierpaolo Pasolini dispensa consigli e si firma “Maria la fanciullona”, ma nelle lettere prevale l’amarezza (“la saggezza è un bene raro” e “non ci si può aspettare molto dagli altri”) e sempre di più la stanchezza e l’incapacità di controllare la tensione del palcoscenico. Dal grammofono non esce più la sua voce ma le note di un pianoforte che suona “Ah, non credea mirarti” dell’amatissimo Bellini. Nel 1975 a Umberto Tirelli racconta che cerca di ritrovare l’entusiasmo nel canto fra gli spartiti di Rossini e Donizetti e lamenta la mancanza dei direttori di un tempo. Ha ancora fiducia nella sua musicalità e nella voce, che è anima e non solo uno strumento. Silenzio. Onassis è morto, ma non c’è alcun senso di rivalsa su quell’uomo che l’ha tradita: “ho fatto del mio meglio” scrive invece. Le ultime parole: “Sono nella musica che canto” e parte “La mamma morta” dall’Andrea Chénier come un pugno nello stomaco prima del buio in sala.

Dopo sette anni di lavoro e il film Maria by Callas del 2018, Tom Volf propone un monologo fatto di lettere tratte dal volume da lui stesso curato Io, Maria (edito in Italia da Rizzoli). Di Callas ormai si sa tutto e anche questo spettacolo rivela ben poco di quanto già non si conosca della vita della Callas ma anche della sua musica, poiché l’antologia pesca fra le registrazioni più note dell’artista e i brani più scontati nel bagaglio del melomane medio. Il taglio comunque funziona sul piano teatrale e l’autoritratto dell’artista attraverso la sua stessa scrittura ha una certa presa teatrale. Fasciata da un severo abito nero appartenuto al soprano e mai indossato da altri negli ultimi 60 anni, Monica Bellucci aggiunge il necessario charme al racconto sul divano della diva. Nel corso di poco più di un’ora, la diva Bellucci recita sempre sola sulla scena quella partitura di parole che descrivono una parabola artistica ed esistenziale folgorante con gesti minimi e tono sommesso ma emotivamente partecipato, quasi seguendo con umiltà e pudore il filo dei ricordi di una delle più grandi icone musicali del Novecento.

 

 

 

 

 

 

 

 

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