Servillo, una voce per Berlioz

Torino: voce recitante per il Teatro Regio nel Lélio

Toni Servillo (Foto Getty Images)
Toni Servillo (Foto Getty Images)
Recensione
classica
OGR, Torino
Lélio di Berlioz
08 Gennaio 2022

Il Regio di Torino, ancora in trasferta per consentire l’ultimazione dei lavori in teatro, compone il concerto alle Officine Grandi Riparazioni aprendolo con l’Ouverture della Dame Blanche di Boieldieu e la magnifica Sinfonia in do di Bizet, con cui l’orchestra offre un primo quadro della musica parigina dell’epoca. La resa finale è brillante e leggera, nonostante l’acustica del luogo, un complesso industriale di fine Ottocento, sia non facile e sebbene il gesto di Stefano Montanari a volte non appaia chiarissimo.

Tutto il pubblico (le OGR sono sold out) è qui però per Lélio, il monodramma lirico di Berlioz, un misto di recitazione e musica, in sei parti (1832, seconda versione del 1855), spesso criticato per la sua strana struttura o per la verbosità. Sia eseguito preceduto dalla Sinfonia Fantastica (1830), di cui è il proseguo, sia impaginato in modo diverso, come questa sera, il brano continua a piacere. Convince se a dar corpo a Lélio, lo stesso compositore che narra la vicenda (qui nella traduzione di Giuseppe Montesano), è un bravo attore e se il direttore d’orchestra sa cucire bene insieme le varie diseguali parti. Montanari riesce a dare coerenza al tutto, l’orchestra è in forma e certamente Toni Servillo offre una grande prova attoriale: la sua capacità di entrare nel dramma lo fa funzionare anche quando Lélio divaga e il testo di Berlioz assomiglia a un saggio sulla trasformazione della propria passione.

Lélio ha tutti gli elementi dello psicodramma: rievoca le vicende traumatiche ascoltate nella Fantastica, inizia col ricordo dell’amata (l’idea fissa) e mette quindi in scena il superamento del trauma. Lélio è affiancato da Orazio, suo amico, e poi attorniato da musicisti, coristi, allievi impersonati dal coro ben istruito da Andrea Secchi. A turno ogni personaggio/situazione porta avanti e svolge in diversa maniera il vissuto di Lélio (l’ossessiva storia d’amore che ricordiamo si era già conclusa nella Fantastica): l’amico, gli altri, la natura, le forze soprannaturali, la fuga dalla realtà (i briganti), se stesso, il suo sé immaginario e il direttore d’orchestra, quale alter ego. Come suggeriva Olga Visentini nel formidabile studio Berlioz e il suo tempo si potrebbe intendere il monodramma per accumulazione: prima Il pescatore, la ballata per tenore (Omar Mancini) e pianoforte da Goethe, poi il Coro (misto) delle ombre irritate nei quali si evidenzia la bella tessitura trasparente degli archi, poi la fantasticheria della Scena dei briganti per baritono (Adolfo Corrado) e coro maschile. Quindi la seconda fantasticheria La canzone di felicità per tenore, nel quale attraverso uno sdoppiamento Lélio si confronta con la sua voce immaginaria, in una sorta di autoguarigione o paradossale controtransfert a uno. Infine archi, arpa e clarinetto, quest’ultimo (l’ottimo Luigi Picatto) che dà voce all’Arpa eolia offrono una consolazione e danno una forma definitiva ai ricordi di Lélio, concludendo le prime cinque parti. Un velatino avrebbe probabilmente consentito, nell’ampio setting delle OGR, l’esecuzione secondo le intenzioni di Berlioz che voleva l’orchestra nascosta sino alla fine dell’Arpa eolia.

A questo punto Lélio-Servillo, spossessatosi del suo vecchio sé, può finalmente dare il via alla Fantasia sulla Tempesta di Shakespeare che attraverso il Coro degli spiriti dell’aria suggella l’addio all’amata. Lélio sta in piedi affianco al direttore: il testo prescrive che gli dia indicazioni sull’esecuzione, prima di lasciare agli incorporei spiriti dell’aria il peso dell’addio. L’ultima parola l’ha ancora Lélio: con un ultimo sguardo retrospettivo Servillo pietrifica la vicenda come un grande masso ben scolpito. Ancora e per sempre.

 

 

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