Senza etichetta

Ricordando Gil Scott-Heron

Recensione
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Certe etichette non te le togli più di dosso. Qualunque cosa tu faccia. Ne sa qualcosa Gil Scott-Heron, morto pochi giorni fa a soli sessantadue anni e ricordato in siti e coccodrilli come il "padre dell’hip-hop", quasi che la sua quarantennale carriera si possa ridurre al pur seminale brano “The Revolution Will Not Be Televised”. Nell’ottobre del 2003 ho avuto il grande piacere di assistere a un concerto di Scott-Heron a New York, in una delle allora rare pause tra un periodo di detenzione e l’altro (dell’artista, non mio) e ricordo ancora, pur nelle condizioni non ottimali della sua salute, la sua capacità di fare vibrare ogni nota con la sua inconfondibile voce, nonché quella di instaurare costantemente con il pubblico un fitto dialogo ricco di riferimenti e di double-talk tipicamente afroamericano.

Figlio di un calciatore giamaicano – il primo nero a giocare per il Celtic Glasgow – Gil Scott-Heron era nato a Chicago: poeta, scrittore (in Italia la Shake ha tradotto il suo La fabbrica dei negri), ha trovato il suo partner di elezione in Brian Jackson, con cui ha firmato alcuni dei dischi più memorabili, come Pieces of a Man o Winter in America, e sin dall’esordio con Small Talk at 125th and Lenox si è distinto per a uno stile di spoken-jazz dal forte sapore politico e sociale che nel tempo ha trovato nella forma canzone la cornice più efficace. .

Ironia della sorte, pur avendo ottenuto un grande successo con una canzone come "The Bottle" – il cui testo denuncia il dramma della dipendenza dall’alcool – gli ultimi decenni della vita di Scott-Heron sono stati caratterizzati da una pesante tossicodipendenza che lo ha portato in carcere per molto tempo e a più riprese, ma gli ultimi tempi erano stati segnati dal buon successo di I’m New Here, disco dalle atmosfere minimali e elettroniche.

Al di là della celebrata "paternità" del rap (che condivide con molti altri, i Last Poets ad esempio), quello che rimane di Gil Scott-Heron è una qualità umana e musicale che apparentemente è piuttosto distante dalle leggi del marketing – in questo senso ho sempre trovato qualcosa di poco spontaneo nell’operazione dietro l’ultimo, pur bellissimo, lavoro – e che è connessa piuttosto alla necessità di continuare a narrare, a riflettere, a condividere, una modalità da griot urbano che vive anche di imperfezioni, scarti e dell’inimitabile fascino del suo timbro profondissimo.

E canzoni bellissime e commoventi come “A Very Precious Time” o “Save The Children”. Gli bastavano pochi accordi di pianoforte elettrico e un microfono per aprire mondi straordinari, circondando le canzoni di racconti e riflessioni. Ogni brano era suonato da Gil Scott-Heron "proprio per te in quel momento" e questo lo ha reso davvero speciale e indimenticabile, oltre ogni etichetta.

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