Rota per due

Un omaggio a Nino Rota alla nona edizione del Reate Festival

Nino Rota
Recensione
classica
Rieti
Reate Festival
29 Settembre 2017 - 17 Novembre 2017

La nona edizione del Reate Festival corona la vocazione a laboratorio di produzioni teatrali giovani, offrendo più della metà delle proprie iniziative – alcune esclusivamente – ai giovani delle scuole. Sarebbe stato un delitto, però, non offrire anche al pubblico "serale" del Teatro Vespasiano l’allestimento del dittico-omaggio su Nino Rota, nel cui segno la programmazione si chiuderà in novembre con un pannello in un trittico misto (La scuola di guida, accanto a Il telefono di Menotti e Bach Haus di dall’Ongaro). I due timidi e La notte di un nevrastenico sono vicini nella data di composizione e perciò nel ductus di linguaggio, che in Rota passa attraverso il sopraffino e duttile artigianato ampiamente noto attraverso la sua produzione per il cinema; oltre all’abilità nel dare continuità ai passaggi di stile entro il flusso discorsivo, il primo dei due lavori spicca per le magistrali transizioni e le sovrapposizioni di livello diegetico degli elementi musicali (in scena/in buca), mettendo a frutto la caratterizzazione musicale – un’apprendista pianista – della co-protagonista femminile.

Il libretto di Suso Cecchi D’Amico non ha solo pregi "cinematografici", e nel maneggiarlo Rota dimostra di essere un drammaturgo musicale tutt’altro che ingenuo: l’impianto reca qualcosa – più nel contenuto che nella forma – della modernità epica, tematizzata nella vicenda dei due protagonisti (Raimondo e Mariuccia) incapaci di dichiararsi a vicenda e vittime – per eventi incontrollati e casuali – di matrimoni che non desiderano (rispettivamente con la gestrice della pensione dove aveva preso stanza per avvicinare l’amata, e col dottore intervenuto a soccorrerli nel caso fortuito e determinante), ma che alla fine con amarezza accettano. In una prospettiva epica, non si tratterebbe di timidezza, ma di impossibilità a una relazione interpersonale, declinata nella chiave di una vita drammatica fatta di sogni e di rimpianti da un lato, di equivoci dall’altro. Un narratore s’incarica di personificare questo debito drammatico, e la regia di Cesare Scarton sembra sottolineare l’aspetto narrativo fasciando di fogli di giornale la zona centrale della scenografia, separatrice dei due spazi scenici appannaggio dei protagonisti, e – per contrasto – alludendo nel "coro" epico delle cameriere a spensierati e a-problematici legami.

Tutta la drammaturgia musicale sembra poi funzionare come uno specchio, simmetrico ma ribaltante, della Bohème di Puccini, citata con sotterranea eleganza (entro una costellazione armonica di tonalità allargata) assieme ad altri luoghi di quel modello: in I due timidi, non muore nessuno, ma – con la morte della speranza di amore autentico – la conclusione è perfino più tragica e pessimista. L’articolata scenografia – di Michele Della Cioppa – ha anche il pregio di essere ben impostata per il titolo della seconda parte: un baldacchino-altare centrale sul quale convergono gli spazi delle ossessioni del nevrastenico, che non ammette l’alterità sotto forma di rumore notturno (la sua “scarpa di Damocle”) a costo di sacrificarvi alla fine, sanguinosamente (nella lettura registica), la Notte stessa.

La compagnia di canto funziona benissimo soprattutto per essere fresco e professionale ensemble di giovani, preparato in modo inappuntabile sotto l’aspetto attoriale: tutti si muovono con proprietà, credibilità e misura d’espressione corporea, segno di un lavoro di preparazione assai serio e completo; che alcuni abbiamo mostrato – secondo il peso e le caratteristiche vocali del ruolo – piccole differenze di solidità o maturità, conta poco, evidenziando comunque tutti ottime prospettive: Giorgio Celenza (basso-baritono), Sabrina Cortese (soprano), Daniele Adriani (tenore), Chiara Osella (mezzosoprano), Antonio Sapio (tenore), Mariangela De Vita (mezzosoprano), Giacomo Nanni (baritono), Lucia Filaci (soprano), Maria Rita Combattelli (soprano), Siri Kval Ødegård (soprano), Giacomo Nanni (baritono), Carlo Feola (basso), Vincenzo Carnì (tenore). Analogamente, la Reate Festival Orchestra – esito di un workshop con giovani strumentisti italiani – ha sciorinato sicurezza e grande varietà di colori (qualche volta perfino un po’ esuberanti) sotto la guida chiara e sicura (anche per la scena) di Gabriele Bonolis.

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