"Prova d'orchestra" con burrasca

Qualcuno si era portato da casa i fischietti ma la maggior parte del pubblico ha applaudito l'opera di Battistelli

Recensione
classica
Teatro dell'Opera Roma
Giorgio Battistelli
07 Marzo 2001
Alla fine ci si chiedeva: "È solo un incubo, non è vero?". E si cercava di tranquillizzarsi, ripetendosi che, nonostante alcuni abbiano preso l'apologo morale raccontato da Fellini in "Prova d'orchestra" per una realistica riproduzione documentaria di ciò che accade quotidiamente in orchestra, cose simili non sono mai successe (?) o almeno non succedono più: anzi succedono, ma solo nella finzione teatrale. E meno male che succedono, perché era ora che, dopo sei anni di rappresentazioni in teatri francesi e tedeschi, l'opera di Giorgio Battistelli tratta dalla sceneggiatura felliniana arrivasse anche in un teatro italiano! Nonostante il soggetto sia quasi identico, l'opera e il film sono alquanto diversi, non solo perché sono diversi i rispettivi media ma anche perché Battistelli è interessato più di Fellini - per il quale l'orchestra era in fin dei conti solo un pretesto per il suo apologo - al comportamento e alla psicologia dei musicisti e al significato della musica nella società moderna. Proviamo a raccontare brevemente queste "sei scene musicali di fine secolo". Nel preludio i sibili corali, i fruscii striscianti e i colpi sordi dell'orchestra stendono un velo di minaccia incombente sulla grottesca parata di orchestrali vanesii, infingardi e beceri e sugl'intermezzi non meno grotteschi di orchestrali sognatori, depressi e patetici: il grottesco raggiunge il parossismo con gli slogan sessantottini ormai privi di senso che gli orchestrali scandiscono contro il direttore arrogante, presuntuoso e egocentrico, in definitiva non migliore di loro. Momenti culminanti sono, verso la metà di quest'atto unico, l'intrufolarsi d'un topo tra i leggii e la sua uccisione con la mazza della grancassa, poi, verso la fine, l'improvviso e incomprensibile crollo del soffitto che uccide l'arpista: morti simmetriche e simboliche. Alla fine il direttore riesce a riprendere la prova: è una catarsi, che indica la musica come strumento di salvezza per un'umanità senza via d'uscita, oppure è la constatazione pessimistica che un branco di persone prive di personalità e di ideali finisce prima o poi per diventare succube d'un direttore-dittatore? Il finale è aperto. La musica di Battistelli alterna i vari linguaggi musicali stratificatisi negli ultimi decenni, dall'avanguardia darmstadtiana agli slogan scanditi nelle manifestazioni, ma fa sempre corpo unico con la scena: d'altronde il talento teatrale di Battistelli non ha più bisogno di conferme. Nonostante qualche inciampo (Sönke Morbach ha saltato alcune frasi nel monologo del direttore) tutti i numerosi interpreti si sono ben disimpegnati. Ma, per ironia, il contributo migliore all'esecuzione l'ha dato l'orchestra, diretta da Lothar Koenigs, mentre il coro era apparso più sicuro e incisivo alla prova generale. Il punto debole era lo spettacolo di Denis Krief, che si è divertito a disegnare una serie di ritrattini macchiettistici, lasciandosi sfuggire sia il significato profondo sia la forte teatralità dell'opera di Battistelli.

Note: nuovo all.

Interpreti: Morbach/Molnar, Consolini, Banditelli/Schneider, Pannunzio/Fiore, Cammarano/Costa, Ruggeri/Mondelli, Polidori, Scarabelli/Ferraresso, Koroneos/Di Filippo, Colaianni, Marchini

Regia: Denis Krief

Scene: Denis Krief

Costumi: Denis Krief

Orchestra: Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma

Direttore: Lothar Koenigs

Coro: Coro del Teatro dell'Opera di Roma

Maestro Coro: Mario Giorgi

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