A Palermo, apertura col Parsifal di Nietzsche

Teatro Massimo di Palermo: Omer Meir Wellber dirige Wagner

Parsifal ( Foto Rosellina Garbo)
Parsifal ( Foto Rosellina Garbo)
Recensione
classica
Teatro Massimo di Palermo
Parsifal
26 Gennaio 2020 - 02 Febbraio 2020

Nella stimolante lettura registica di Graham Vick che ha aperto la stagione operistica 2020 del Teatro Massimo di Palermo, il Parsifal wagneriano è la tragedia sempre rinnovata della sopraffazione umana e del potere esercitato attraverso simboli di semplificazione identitaria: Amfortas è un re in crisi poiché la perdita della lancia non lo mette più in condizione di officiare i riti per la sua élite di conquistatori e di padroni del mondo (l’esercito dei cavalieri del Graal è in uniforme di marines, nella cerimonia finale del primo atto inebriati tra narcosi allucinogena e masochismo da un’autoincisione delle vene); benché sia vestito esattamente come il Cristo sofferente, gli riesce sempre più difficile e doloroso compiere la sua funzione, alla fine non ci crede più e preferirebbe autodistruggersi, piuttosto che fare da sacerdote delle violenze che sono scorse efferate in silhouette durante gli intermezzi sinfonici. Gurnemanz ne è un luogotenente le cui parole suonano impietosa stigmatizzazione della sua inabilità, più che pietosa comprensione del suo stato. Klingsor non è che il suo rivale: si è impossessato della lancia, e confida d’impadronirsi del Graal; le sue fanciulle e Kundry sono rappresentate – con gli occhi dei padroni del mondo – quali ‘l’altro’ religiosamente irriducibile o quali mere dispensatrici di carnali piaceri. Parsifal sembra l’uomo comune, ignaro-innocente finché è manipolato dalle élite in lotta, delle quali non comprende i riti; solo alla fine del problematico percorso di consapevolezza, si spoglia delle armi e mostra ad Amfortas l’inesistenza del Graal, ovvero l’inutilità dannosa del suo concetto. Le soluzioni stilistiche della regia, nella dimostrazione dell’artificio teatrale e nell’estrema parsimonia dei segni (consuete per Vick), rendono quest’ultimi assai incisivi, enfatizzati come sono anche dall’estrema sporgenza in proscenio dello spazio praticabile dell’azione; essi inoltre, a parte qualche transitoria insistenza antifrastica, hanno il merito ulteriore di avvincere con suspense crescente la fruizione, nella scelta tra chiavi potenziali dell’incarnazione teatrale dei significati: la totale e pessimistica inanità del racconto di un superamento ‘oltre-umano’ dei principi della morale dominante, la valenza di visione utopica (che produce una distopia assai reale, in cui lo stesso eroe eponimo resta fino all’ultimo sull’orlo della barbarie), e quella prospettica della repentina risoluzione finale, nella quale i cavalieri ormai degenerati in banda tribale cadono in letargo e gli esseri umani convivono comunicando.

L’Orchestra e il Coro del Teatro Massimo han già fatto, negli anni scorsi, un ampio rodaggio wagneriano; è servito bene anche a centrare in quest’occasione – sotto l’ottima guida di Omar Meir Wellber – un’idea di suono basata sulla chiarezza e sulla lucentezza, anziché sulla turgidità: misture dunque mai sforzate o appesantite, fraseggio netto, tutte qualità che hanno valorizzato ancor meglio le già ragguardevoli doti del cast: tutti  bravissimi, dai ruoli principali a quelli transitori, ma la plasticità di articolazione, la pienezza e la duttilità di emissione dei vari Julian Hubbard, Catherine HunoldTómas Tómasson, John Relyea, Thomas Gazheli, sono risaltate veramente a tutto tondo, grazie alla combinazione di interpretazione sinfonica e di collocazione spazio-registica. Applausi lunghissimi ed entusiasti per tutti, staff di regia compreso. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Al Teatro La Fenice Gondellieder, diario veneziano dello scrittore con le canzoni da battello di Johann Adolf Hasse

classica

Michele Vannelli propone il Giosuè di Bononcini per l’annuale incontro con l’opera barocca della rassegna Corti Chiese e Cortili

classica

Al Bologna Festival un seducente concerto del cornettista Bruce Dickey, con il soprano Hana Blažíková