“Opera per la memoria” per ricordare le Fosse Ardeatine

 La prima esecuzione della composizione di Matteo D’Amico e Sandro Cappelletto scritta in ricordo dell’eccidio nazifascista di ottant’anni fa

Matteo D'Amico
Matteo D'Amico
Recensione
classica
Roma, Palazzo del Quirinale
Tutte le notti, tutte le notti mi svegliavo
24 Marzo 2024

Il 24 marzo, a ottant’anni esatti dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, nella Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale è stato eseguita per la prima volta Tutte le notti, tutte le notti mi svegliavo,  “opera per la memoria” con musica di Matteo D’Amico su testi di Sandro Cappelletto, composta su invito di Rai-Radio3. Poiché i posti erano esauriti da settimane, si è aperta ad un pubblico ristretto la prova generale, svoltasi nella sede dell’Accademia Filarmonica: di questa si riferisce qui.

Cappelletto ha tratto liberamente i testi dal volume L’ordine è già stato eseguito  di Alessandro Portelli, scegliendoli tra le testimonianze di figlie, mogli e madri di quei trecentotrentacinque martiri, tra cui quindicenni e ultrasettantenni, cristiani ed ebrei, membri della resistenza e persone prese a caso. Sentiamo le voci di queste donne, che cercano di sapere cosa sia successo ai loro cari, scoprono la verità, raccontano il proprio lutto e la propria sofferenza, si chiedono cosa il loro padre, marito o figlio avrà pensato in quei momenti, si battono per recuperare e riconoscere i corpi. Non sono testi letterari ma parole autentiche, forti, tragiche. Maddalena Crippa non li legge né li recita, ma diventa ella stessa ciascuna delle donne che li hanno scritti, ci fa sentire le loro voci cariche di dolore ma senza autocompatimento, ci fa vivere quei momenti atroci come se non fossero passati ottant’anni ma come se ne fossimo testimoni diretti.

A queste parole si alternano (e in bervi momento si sovrappongono, si confondono, si uniscono) testi di epoche arcaiche, affidati a tre soprani: sono frammenti dei Salmi nella traduzione latina e dei libri di Geremia e Giobbe in ebraico - che evocano una divinità terribile e implacabile - e due versi de Le Troiane  di Euripide in greco antico. Le ultime parole sono di Hugo von Hofmannsthal.

La musica di D’Amico sostiene e rafforza le letture della Crippa; esprime i testi che giungono fino a noi da epoche remote con il (relativo) distacco di un’astratta polifonia a tre voci, moderna ma con tratti di modalità arcaiche; si espande in ampi interludi strumentali, che alternano momenti di una violenza aspra, cupa e fatale a momenti luttuosi e gementi, senza che mai vengano meno la potente tensione drammatica e la profonda forza emotiva, percorrendo una traiettoria serrata e coerente, che dà unità a questa ampia composizione di circa un’ora e ai suoi diversi testi, fino alla conclusione con le parole di Hoffmansthal, che sublimano in un’aura di relativa serenità i ricordi di quel massacro, carichi di dolore intollerabile.

D’Amico usa con maestria e sentimento mezzi volutamente limitati all’essenziale, per coinvolgere profondamente la mente e il cuore dell’ascoltatore, senza ombra di retorica,  come si conviene a una simile tragedia. Oltre a Maddalena Crippa stanno sul palco i soprani Susanne Bungaard, Chiara Osella e Patrizia Pollia, ottime specialiste della musica contemporanea. Il piccolo ensemble strumentale consta di quattro altrettanto ottimi strumentisti: il violoncellista Michele Chiapperino, il clarinettista Yoshua Fortunato, il pianista Marco Scolastra e il violinista Davide Simonacci. Le sonorità degli strumenti ad arco sono spigolose e aspre, il clarinetto è un'ombra inquietante, il pianoforte è violento e feroce, ma la gamma di sonorità e atmosfere che D'Amico estrae da uno strumentale così ridotto è troppo ampia e varia per poter essere fissata in poche parole. Dirige con vigore e assoluta precisione Fabio Maestri, una garanzia assoluta nel campo della musica contemporanea.

Il coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore è totale e alla fine la commozione era leggibile sul volto di ogni ascoltatore. In questo caso parlare del potere della musica non è vecchia retorica, perché anni e anni di celebrazioni ufficiali non ci avevano fatto rivivere con così forte emozione e sentire con tale profondità il significato umano e il valore civile di quei fatti e dei tanti altri simili e peggiori orrori avvenuti in Italia, in Europa e nel mondo ad opera del nazismo, fascismo ed altri regimi dittatoriali.

 

 

 

 

 

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