Nel caleidoscopio di Maderna, Trimalcione ci invita ancora a cena!

A Venezia un nuovo allestimento del Satyricon di Maderna per i cinquant'anni dalla prima

Satyricon
Recensione
classica
Teatro Malibran
Satyricon
25 Gennaio 2023 - 29 Gennaio 2023

Mi affascina pensare come nel periodo attorno all’anno in cui sono nato, il Satyricon fosse al centro di un vero e proprio trend culturale. Forse spinto dallo spirito antiborghese del Sessantotto, il romanzo di Petronio trovava in quell’arco di tempo – circa dal 1967 al 1973 – un notevole numero di nuove edizioni italiane (tra cui una “rilettura” da parte di Edoardo Sanguineti), tre riduzioni cinematografiche (quella celeberrima di Fellini, quella di Polidoro e la parodia di Franchi & Ingrassia) e l’attenzione musicale di Bruno Maderna.

Ed è proprio per celebrare il cinquantesimo anniversario della prima del Satyricon e – di lì a poco – della scomparsa prematura del compositore, che il Teatro La Fenice propone un nuovo allestimento dell’opera al Teatro Malibran.

Nel comunicato di presentazione si sottolinea quanto attuale sia ancora la critica all’ostentazione e alla decadente volgarità che già Maderna aveva voluto rimettere in gioco dal testo petroniano e, per una volta, questo del “classico che diventa attuale” non è solo un luogo comune da diligente ufficio stampa, ma è davvero un elemento potente dell’opera.

Che piove dunque ora su una contemporaneità in cui, dalle serie televisive come White Lotus ai film come The Menu o Triangle of Sadness, il connubio decadenza/ostentazione/arricchiti e resa dei conti attorno a una tavola lussuosamente imbandita è, come si suol dire, piuttosto up-to-date.

Anche la struttura stessa dell’opera, “aperta”, formata da quadri che Maderna ha voluto dichiaratamente rendere autonomi per i futuri interpreti, era un classico del periodo, non solo per la teorizzazione da parte di Umberto Eco e i tanti esempi letterari proprio di quegli anni (da Balestrini a Calvino, passando per B.S Johnson), ma anche perchè in ambito compositivo l’idea di “opera” stessa si stava muovendo verso relazionalità più dinamiche, pensiamo a Scambi di Pousseur o Klavierstück XI di Stockhausen, il cui “montaggio” dei pezzi non è pre-determinato.

Ottima idea quindi la riproposizione di questo lavoro, tra l’altro estremamente fruibile non solo per la giocosità del soggetto (e la brevità), ma anche per la scintillante commistione di stili e citazioni che Maderna orchestra in modo al solito mirabile e che la direzione di Alessandro Cappelletto ha reso con buon dinamismo, armoniosamente declinato anche nella successione con le parti elettroniche pre-registrate.

Anche il cast vocale tiene bene, laddove la capacità di dare profondità all’eclettismo stilistico prevale ovviamente sul virtuosismo, in una babele di lingue (inglese, francese, tedesco, latino) che si rivela sempre funzionale all’argomento, e in un alternarsi di momenti cantati e altri declamati.

Mi lascia decisamente più perplesso l’allestimento. Che presenta ovviamente delle complessità intrinseche (non a caso il lavoro viene a volte allestito in forma di concerto) dal punto di vista teatrale, ma che – anche per alcuni dei motivi che accennavo all’inizio – offre tantissimi spunti possibili. 

Il regista Francesco Bortolozzo ci mette qui di fronte a una scena semplice, dominata da colori pastello (tranne il rosso-Marilyn di Fortunata/Manuela Custer e il rosa-Elvis di Trimalcione/Marcello Nardis) e pochi elementi, in particolare una serie di tavoli/praticabili, che vengono spostati e rispostati senza che il cambio di conformazione dello spazio sia davvero impattante o necessario.

Satyricom



Si ha l’impressione che molti dei movimenti, anche degli attori, siano spesso tutt’altro che necessari, quasi a colmare il pericolo staticità che la struttura dell’opera (che alterna dei monologhi lasciando minore spazio alle interazioni) offre, ma con il rischio di sacrificare quella profondità scenica – una profondità talvolta “impallata” dagli interventi di 5 mimi – che poteva anche suggerire una differente prospettiva di lettura complessiva.
E a poco vale l’unico “riferimento” aperto alla contemporaneità – la proiezione delle pagine social di un Trimalcione il cui arricchimento a spese degli altri va in parallelo con i like e i cuoricini alle foto “cafone” – se per il resto si rimane intrappolati in una scatola bianca le cui uniche sorprese escono da alcuni pacchetti che scendono dall’alto o un dettaglio dal Giardino delle delizie di Bosch e per trovare qualche reale cafonata è più semplice uscire dal teatro e entrare nel primo bar per turisti.

Un po’ un peccato, perché il Satyricon, sebbene legato intimamente a una stagione creativa che si misurava con altri parametri socio-culturali, ha secondo me ancora molte cose da dire e molte armi per divertire in modo dirompente anche nuove generazioni di spettatrici e spettatori, sia nella giocosità metatestuale (alcuni momenti sono cantati sul valzer di Musetta dalla Boheme o su Che farò senza Euridice, oppure irrompe all’improvviso, decontestualizzata, la Marcia Trionfale dell’Aida), sia anche nello shuffle-mode della costruzione drammaturgica (in queste settimane è particolarmente gettonata su Netflix la serie Kaleidoscope in cui chi guarda può decidere l’ordine degli episodi) e delle possibili “uscite” da una concezione teatrale più tradizionale.

Alla fine tutti portano a casa dei meritati applausi e torniamo a casa con le orecchie ancora soddisfatte da quello zapping musicale e stilistico che per l’epoca era avanguardia e che oggi, se paragonato a quello che chiunque scrolla su uno smartphone in 5 minuti, fa quasi tenerezza.

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