Musica sacra con i Wiener a Roma

Il Festival di musica e arte sacra con i Wiener Philharmoniker

Recensione
classica

Da quindici anni il Festival di musica e arte sacra si svolge in autunno a Roma, fedele alla stessa formula e anche agli stessi interpreti, cosa di cui non ci si può lamentare quando si tratta dei Wiener Philharmoniker, che non hanno mai saltato un anno e non hanno voluto disertare neanche questa volta, sebbene non siano potuti venire con l'organico completo.

Ma anche in formazione ridotta (quindici archi più clavicembalo) i Wiener sono sempre i Wiener e hanno offerto un concerto splendido, tanto più perché l'orchestra era piccola ma le musiche erano grandi: il Concerto in re minore per due violini di Bach e lo Stabat Mater di Boccherini. In fin dei conti non si è rimpianto che ci fossero solamente gli archi, perché hanno suonato come può suonare il reparto migliore dell'orchestra viennese, senza con questo voler minimamente svalutare gli altri: il loro suono era pieno e morbido come seta e giungeva nitido e timbrato in ogni angolo dell'enorme basilica di San Paolo fuori le Mura.

In Bach gli impeccabili solisti erano due violinisti dell'orchestra stessa, Albena Danilova, anche Konzertmeister, e Raimund Lissy. In Boccherini – proponiamo che il suo bellissimo Stabat Mater sia eseguito più spesso – si è ascoltata la voce pura ed emozionante del soprano leggero Chen Reiss. Nelle ultime edizioni è regolarmente presente anche la Illuminart Philharmonic Orchestra col relativo Coro, che quest'anno hanno ripetuto la Nona Sinfonia di Beethoven con la direzione di Tomomi Nishimito, già recensita dal "giornale della musica" quando la eseguirono al festival del 2013.

Se Illuminart giungeva dal Giappone (con l'aggiunta di molti strumentisti italiani di Roma Sinfonietta per rinforzarne l'organico), venivano dal mondo intero gli strumentisti della World Peace Philharmonic, un'orchestra nata pochi mesi fa, che riunisce musicisti di nazioni, razze e religioni diverse, serbi e sloveni, siriani e isrealiani, russi e ucraini, per lanciare un messaggio di pace attraverso la musica: una bella iniziativa, che, unita alle altre dello stesso genere nate negli ultimi anni, può portare il suo piccolo contributo alla pace nel mondo. A prescindere dal suo valore umanitario, è un'ottima orchestra e il suo fondatore Justus Franz è un ottimo direttore: il risultato è stato un bel concerto – Concerto n. 4 per violino di Mozart e Sinfonia n. 3 di Bruckner – nella chiesa di Santa Maria in Ara Coeli, piena di pubblico come per tutti gli altri concerti del festival, che quest'anno erano concentrati in sei giorni, con anche tre due o tre appuntamenti al giorno.

Uno degli appuntamenti più interessanti è stato il debutto a Roma del Coro e dell'Orchestra dell'Accademia del Teatro alla Scala. Si sono presentati nella basilica di San Paolo con un direttore del calibro di Cristoph Eschenbach, che, nonostante il suo curriculum prestigioso, ha accettato di dirigere quest'orchestra di studenti, siano pure studenti selezionatissimi: questo non meraviglia troppo, perché Eschenbach è stato sempre molto sensibile all'argomento, mentre meraviglia di più che a settantasei anni abbia accettato di dirigere Puccini, probabilmente per la prima volta in vita sua, a quanto ci risulta. Dunque ha messo sul leggio la Messa di Gloria, composta nel 1880 come saggio finale del corso di composizione all'istituto musicale di Lucca. Si apre con un bellissimo tema, sentimentale ma non privo di nobiltà, che immediatamente rivela il grande dono melodico di Puccini. Anche in seguito i momenti melodici e sentimentali sono i migliori della Messa e i più genuini. L'attacco del Gloria, con un certo dispendio di ottoni e timpani, è invece piuttosto gonfio e retorico, ma bisogna riconoscere che il giovane Giacomo sa far funzionare benissimo questo meccanismo musicale di circostanza. I finali di Gloria e Credo, in stile fugato come esigeva la tradizione, fanno sospettare che lo studente Puccini non fosse particolarmente ferrato nel contrappunto imitato. Il Sanctus e l'Agnus Dei sono molto brevi, forse un po' sbrigativi, ma hanno comunque una certa nobiltà.

Nonostante gli alti e bassi e i debiti pagati alle consuetudini della musica sacra del tardo Ottocento italiano, questa Messa è più di una curiosità, perché oltre a farci conoscere com'era Puccini da giovane (ci sono anche un paio di temi che ricompariranno nelle sue opere liriche) ha un suo valore autonomo, acerbo ma indiscutibile. Eschenbach ha imprevedibilmente rivelato un animo pucciniano, cogliendo benissimo i momenti melodici e sentimentali. E non ha snobbato le pagine più deboli. L'orchestra e il coro l'hanno seguito con la precisione e la sicurezza di due compagini professionali di prima classe. C'erano anche due solisti, ovviamente giovani: è piaciuto il tenore Oreste Cosimo, ma il baritono Dongho Kim aveva qualcosa in più, una voce duttile, tonda, ben timbrata come non se ne trovano tutti i giorni. Bisogna riconoscere che nella seconda parte del concerto il livello si innalzava con i due pezzi sacri di Mozart, il notissimo Ave verum Corpus, scritto nell'ultimo anno di vita, e il giovanile Misericordias Domini del 1775, in cui compare per un attimo un tema che preannuncia chiaramente il finale della Nona Sinfonia di Beethoven.

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