Mozart alla lucchese

Nozze di Figaro al Teatro del Giglio

Le Nozze di Figaro (Foto Molinari e Ziccardi)
Le Nozze di Figaro (Foto Molinari e Ziccardi)
Recensione
classica
Teatro del Giglio, Lucca
Le Nozze di Figaro
28 Gennaio 2023 - 29 Gennaio 2023

La coproduzione tra Teatro Goldoni di Livorno, Verdi di Pisa e Teatro del Giglio di Lucca, calca il palcoscenico di quest’ultimo nell’allestimento del Teatro Sociale di Rovigo; due recite con doppio cast, il 28 e 29 gennaio 2023. La sera del 28 l’opera è accolta da un incontestabile successo di pubblico, con sonori riconoscimenti anche a scena aperta, in un teatro pressoché esaurito. Questa pura cronaca, però, stride con i risultati analitici effettivi: dal punto di vista vocale, nei primi due atti la padronanza dei mezzi canori per tutti gli interpreti risulta carente; le caratteristiche tecniche sono messe a fuoco progressivamente per i restanti due atti fino alla conclusione. Nel dettaglio, un denominatore accomuna (a eccezione della Contessa) tutti i protagonisti: la loro intensità non supera l’orchestra, poco anche quando si portano sul proscenio; inoltre, non si avverte la comunicatività espressiva dell’essenza interiore dei personaggi, che dovrebbe pervenire attraverso un’interpretazione più sviscerata e curata nelle sfaccettature. Nicola Ziccardi (Figaro), seppur con alcune imprecisioni, conduce a compimento il proprio ruolo in maniera tecnicamente dignitosa, con decisione più attoriale che vocale. Daniela Cappiello (Susanna) ha buona estensione e mantiene omogeneità nel colore e nelle mezzevoci; tuttavia, la sottile malizia e la sensualità del personaggio (ad esempio in “Deh, vieni non tardar”) sono trattate in modo asettico. Luca Bruno (Conte di Almaviva), salvo piccoli incidenti di percorso, conduce e termina il proprio impegno con apprezzabile decoro. Marta Mari (Contessa) ha buona intensità rispetto ai colleghi, ma un’emissione non perfetta (“Porgi amor”), con suoni poco controllati e non uniformi; riesce a riprenderne la padronanza nel prosieguo dell’opera, seppur – anche in Mari - non emerga la poliedricità del personaggio. Fuori ruolo Irene Molinari come Cherubino. Il timbro, eccessivamente scuro di Molinari, non si amalgama con l’adolescenza del paggio; né i suoi turbamenti psichici e ormonali si percepiscono nelle due arie clou, poiché cantate in modo distaccato e, anche in questo caso, asettico.

Nei limiti i vari comprimari: Maria Salvini (Barbarina), Alessandra Rossi (Marcellina), Davide Procaccini (Bartolo), Francesco Napoleoni (Bartolo), Mauro Secci (Curzio) e Michele Pierleoni (Antonio).

Jacopo Sipari di Pescasseroli legge con piglio energico la non facile partitura, mantenendo sincronia tra buca e palco ed esaltando le dinamiche dell’Orchestra della Toscana; buona la prova del Coro Lirico Toscano istruito da Chiara Mariani.

Sobria e funzionale la regia di Massimo Gasparon, autore pure di scene, luci e costumi. L’ambientazione settecentesca è ricordata dalla foggia degli abiti, poiché gli spazi chiusi (con predominanza del colore bianco), potrebbero appartenere a qualsiasi dimora patrizia di altre epoche. Il regista compie un accurato lavoro sui cantanti, cogliendo con acutezza alcuni momenti: tra questi l’episodio della vestizione di Cherubino (“Venite … Inginocchiatevi …”), dove Susanna non rimane insensibile al fascino androgino del paggio e inizia lei stessa a corteggiarlo con una breve, sottilmente sensuale, danza spagnola, dove i due corpi si sfiorano in modo garbato e malizioso. Qui, Gasparon ha messo bene a fuoco l’improvviso e nascente interesse (non solo ‘materno’) di Susanna verso Cherubino: un frangente che avrebbe altro finale se non intervenisse la saggezza risoluta della Contessa (“Quante buffonerie!”), cui Susanna non dà troppo ascolto (“Ehi, serpentello, / volete tralasciar d'esser sì bello?”), finché il suo ardire (e ardore) è definitivamente interrotto dal successivo e risolutivo intervento di Rosina (“Finiam le ragazzate”). Interessante anche l’idea nel disporre una fila di sedie bianche vuote (atto terzo) in linea di fuga proiettata in direzione del fondale nero, creando un interessante contrasto: questa soluzione, può essere assimilata a poltroncine teatrali in attesa di accogliere potenziali spettatori per assistere alla vicenda, ormai avviata verso la conclusione. L’impianto visivo dimostra, ancora una volta, come si possano ottenere risultati più che lodevoli anche in assenza di cospicui mezzi economici, laddove siano presenti idee accattivanti, funzionali, che non stravolgano il contenuto.

 

 

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