Morte di un imperatore 

La Bayerische Staatsoper ripropone il Karl V di Ernst Krenek                                                      

Karl V
Karl V
Recensione
classica
Monaco di Baviera, Opera di Stato Bavarese (Nationaltheater)
Karl V
10 Febbraio 2019 - 23 Febbraio 2019

L’idea venne a Clemens Krauss, che pensava a Vienna per l’ambizioso lavoro di Ernst Krenek. Tirava però una brutta aria nel 1933: i nazisti lo avevano già messo nel mirino per quell’opera “degenerata” Johnny spielt auf e per quella sospetta scarsa simpatia per politici come Der Diktator che faceva il verso a Mussolini. Del resto, sotto l’apparenza del dramma storico, anche al Karl V. il tema politico non era certo estraneo, come confermò lo stesso Krenek: “Nei miei studi, scoprii che il mio progetto drammatico su Carlo V si proiettava su un panorama mondiale e avrebbe aperto prospettive impreviste sul presente.” Ci volle ancora qualche anno perché l’opera debuttasse a Praga ma era già il 1938 e l’Europa ormai pensava a altro. Nel dopoguerra si aprì un nuovo capitolo della storia e Krenek ci riprovò a far accettare il suo Karl V. A Düsseldorf nel 1958 sacrificò anche qualche pagina per rendere più agile il lavoro. L’opera però rimane ardua per la densità della riflessione filosofica e politica riversata nel corposo libretto, scritto dallo stesso compositore, e ancor più per il linguaggio musicale rigorosamente dodecafonico – ossia un (dis)ordine regolato da un ordine arcano di regole ferree benché non immediatamente percettibili all’ascolto – affine all’idea di umanesimo cristiano che ispirava il lavoro. 

Dopo qualche sporadica ripresa, l’ultima al Festival di Bregenz nel 2008 con la regia di Uwe Eric Laufenberg e Dietrich Henschel protagonista, il Karl V. arriva sulla scena del Nationaltheater di Monaco per la stagione dell’Opera di Stato Bavarese, che gioca la carta della spettacolarizzazione affidando l’allestimento a Carlus Padrissa, storica figura del collettivo teatrale catalano della Fura del Baus. Krenek stesso prescriveva una scena divisa in due livelli disgiunti per marcare anche visivamente i due piani lungo i quali si sviluppa la drammaturgia del lavoro, ossia la lunga confessione dell’imperatore Carlo V al monaco Juan de Regla nel monastero di San Jerónimo di Yuste in Estremadura, dove l’imperatore si è ritirato dopo l’abdicazione, e l’evocazione scenica degli episodi più marcanti della sua traiettoria esistenziale sia i più intimi sia quelli che la storia ci ha consegnato (la lotta contro Lutero e i sostenitori della Riforma, la guerra contro Francesco I di Francia alleato di Solimano, la conquista e lo sfruttamento coloniale del Messico per mano di Hernán Cortés, il sacco di Roma dei lanzichenecchi mercenari e la bruciante sconfitta di Innsbruck che ne annuncia la fine). 

Fedele all’estetica della Fura di rappresentazione popolare fatta di un accattivante impasto di forza acrobatica e tecnologia estrema, la scelta di Padrissa privilegia una prospettiva fortemente soggettiva dell’uomo Carlo che ripensa o rivede tutta la sua vita nelle ore che lo separano dalla morte. I fantasmagorici costumi come la scena di Lita Cabellut, inondata d’acqua e animata dalle videoproiezioni sul sipario di fondo curate dalla stessa Cabellut con Marc Molinos e dagli effetti speciali di Thomas Bautenbacher, hanno un carattere marcatamente antinaturalistico e insistono piuttosto su una chiave onirica o psichica. 

 

Impeccabile la realizzazione musicale di una partitura che si esprime attraverso un’eterogeneità di mezzi e forme dal cantato al parlato o “Sprechgesang”, e l’impiego massiccio del coro, che il regista occasionalmente dispone anche in platea. Erik Nielsen guida con grande concentrazione e austera precisione la complessa macchina musicale, senza tradire l’intenzione originale di Krenek di un lavoro concepito principalmente per la riflessione (da cui il grande rilievo alla parola) e pochissimo per lo svago. Ciò detto, la Bayerisches Staatsorchester mette comunque al servizio di Krenek un suono lussureggiante e luminoso, che si esprime appieno nei non pochi passaggi corali del lavoro. 

Funziona bene il lunghissimo cast vocale, che ha in Bo Skovhus un protagonista dai mezzi vocali sicuri ma un po’ esteriore o istrionico sul piano interpretativo. Nonostante la brevità quasi da cameo, molto riuscite sono le prove di Okka von der Damerau, una teneramente fragile Giovanna la Pazza rievocata dal commosso ricordo del figlio, di Gun-Brit Barkmin, l’amata sorella Eleonora, e soprattutto Anne Schwanewilms, la moglie Isabella che intona una delle pagine più toccanti sul piano lirico dal letto di morte. Fra gli atri copiosi ruoli in locandina, si fanno notare Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, un vanaglorioso Francesco I, Scott MacAllister, un mellifluo Francisco Borgia, Peter Lobert, un fugace ma marcante Solimano, e Janus Torp, nel ruolo parlato del confessore Juan de Regla, praticamente sempre in scena al fianco di Carlo. Fondamentale l’apporto del Coro dell’Opera di Stato Bavarese preparato da Stellario Fagone

Pochi i vuoti in sala anche alla fine di quasi tre ore piuttosto ardue, ma risposta calorosa per tutti i molti interpreti. 

 

 

 

 

 

 

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