Mettiamoci una pietra sopra? (Questi fantasmi vol. 2)

Riflettendo sulla Biennale 2011

Recensione
classica
Non si può negare a Luca Francesconi un certo coraggio: concludere l’ultima Biennale Musica della sua direzione in un cimitero, per quanto prestigioso e suggestivo come l’Isola di San Michele a Venezia, è un bell’assist per battute e malignità di coloro – e non sono pochi – che nell’attuale scena contemporanea troppa vita non ci trovano. Ma, al di là della cronaca, la giornata finale del Festival offre più di qualche spunto di riflessione. A partire dal concerto dell’Ictus Ensemble, una fantastica formazione belga capace di presentare un programma stimolante e significativo sotto molti punti di vista. Splendido il chitarrista Tom Pauwels in "Trash Tv Trance" di Romitelli e bravissimi anche i tre archi che si sono cimentati con "Ikhoor" di Xenakis. Acclamatissimo il flautista Mike Schmid nell’insolita veste di cantante, dapprima in due lavori di Harry Partch (su testi di vagabondi e autostoppisti della Grande Depressione che suonano beffardamente attuali, meglio tardi che mai un Partch in cartellone), poi in quel capolavoro che è la "Ursonate" di Kurt Schwitters, indimenticabile cavalcata di poesia sonora, rap ante litteram, sferzata ironica nel cuore della seriosità accademica. Ma ottime notizie anche dai lavori nuovi, il fragoroso "Kabuki" di Hikari Kiyama e soprattutto "Alle Verbindungen Gelten Nur Jetz" di Eva Reiter, vibrante scrigno di sonorità inquiete e industriali. Tutti in barca poi, benedetti da una fine pomeriggio di luminosità quasi commovente, seguendo una banda impegnata con una serie di variazioni stravinskijane scritte da Stefano Bellon. Si approda a San Michele e il percorso rituale pensato da Francesconi è fascinoso: i tre pezzi per clarinetto solo di Stravinskij eseguiti dal bravo Dirk Descheemaeker sulla tomba del compositore sono un momento di emozione, annunciata quanto si vuole, ma vera, così come il momento corale (da Gesualdo a Pärt) in chiesa. L’altro illustre ospite del cimitero, Luigi Nono, veniva omaggiato con l’esecuzione di "Incontri", abbinato al "Concerto Dumbarton Oaks" di Stravinskij in una dignitosa resa dell’Orchestra della Fenice. Il finale nel chiostro, con un’ultima scena del "Don Giovanni" cui Bellon ha abbinato un estratto del "Rake’s Progress" stravinskijano, vive del contrasto tra la teatrale messinscena e la incerta intonazione della Banda di Maser. Ma il pubblico già sta pensando al buffet (ottimo) e la Biennale si chiude tra calici di vino e tortelli. La riflessione, dicevamo. È dalla sua prima edizione, quattro anni fa, che Luca Francesconi si interroga sul senso dei valori e dell’agire in musica, su cosa resterà della memoria e sulle contraddizioni del nostro (apparentemente insensato) correre sempre più veloci dentro le spire voluttuose della tecnologia. Gli va dato atto di avere sollevato questo interrogativo (un po’ con il malcelato disagio di chi sa che molte domande non hanno una risposta o se ne hanno, potrebbero non essere troppo piacevoli per una fetta consistente del mondo della composizione che per praticità chiameremo "accademica") e gli va dato anche atto di avere inserito nel corpo della propria programmazione, seppure a volte come elementi marginali e un po’ casuali, anticorpi potenti che portano il nome di Romitelli, di Kagel, di Evan Parker, dello stesso Ictus Ensemble per restare alla stretta attualità. Resta il fatto che, tra le prime assolute, si sono ascoltate tante, troppe, cose inutili prima ancora che brutte e sta di fatto che il rapporto con quanto di più vitale circola nel pianeta sonoro (dall’improvvisazione all’elettronica non accademica, passando per una meno sporadica esplorazione delle musiche non europee) è rimasto irrisolto, nonostante fosse proprio il terreno ideale per tentare di dare qualche risposta alle inquietudini del direttore. È stato troppo spesso invece il passato, con un’attitudine vagamente spettrale di cui la vogata rituale verso il cimitero ha chiuso simbolicamente in cerchio, a ergersi come suggestivo quanto ingombrante interlocutore, nascondendo sotto il suo svolazzante lenzuolo di fantasma troppe contraddizioni. E gli ascoltatori, specie quelli più giovani, sono sempre più distanti…

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