L’Accademia di Santa Cecilia prepara le valigie per Budapest e Vienna

Pappano ha diretto lo stesso programma di uno dei due concerti che a fine mese porterà in tournée in quattro città danubiane: Vienna, Budapest, Linz e Bratislava

Francesco Libetta e Antonio Pappano
Francesco Libetta e Antonio Pappano
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Francesco Libetta e Antonio Pappano
11 Settembre 2020

In questi giorni l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia esegue a Roma i due programmi che successivamente porterà a Budapest, Vienna e altre città, con l’unica differenza che i due solisti italiani che suonano a Roma saranno sostituiti in tournée da due artisti internazionali più alla moda, ma non necessariamente migliori.

Il primo concerto si è aperto con l’Ouverture Re Stefano di Beethoven, sicuramente un omaggio a Budapest, prima tappa della tournée, poiché fu composta da Beethoven per l’inaugurazione del teatro tedesco di Pest. Inizia con quattro grandi unisoni, progressivamente sempre più possenti, severi e cupi, dal sapore arcaico: sembrerebbe che il sipario stia per alzarsi su una tragedia greca. Ma subito dopo irrompe del tutto inatteso un temino quasi da balletto, che lascia sconcertati: forse era un tributo all’occasione festosa e anche ad un pubblico un po’ provinciale quale doveva essere quello di Pest nel 1812. Ma quando si tratta di essere leggero e futile, Beethoven non dà il meglio di sé. Però che tempra di musicista fosse lo si capisce egualmente da come sviluppa questi due temi inconciliabili, traendone un discorso musicale coerente, in cui i due temi non si limitano ad alternarsi e a convivere ma progressivamente si avvicinano, prendendo l’uno qualcosa dell’altro, portando a un finale un pochino retorico ma travolgente. D’altronde stiamo parlando del Beethoven della piena maturità! Quando prende nelle sue mani musiche ingiustamente sottovalutate come questa, Pappano è sempre una sicurezza, e anche in questo caso non delude.

Ma anche della SinfoniaJupiter” di Mozart, che sicuramente non è sottovalutata, Pappano offre un’interpretazione illuminante, diversa ma tutt’altro che arbitraria. L’unico appunto è che qua e là alcuni dettagli dovranno essere rifiniti un po’ meglio, prima di partire per la tournée: penso in particolare al secondo movimento e alle sue dinamiche poco calibrate, un po’ pesanti.

Ma vorrei soffermarmi soprattutto sul primo movimento. Pappano ha evidenziato il contrasto – presente anche qui come nell’ouverture di Beethoven, sebbene in modo meno marcato - tra la grandiosità delle prime due battute e la risposta leggera e quasi irridente delle due battute seguenti. Né all’intuito teatrale di Pappano è passato inavvertito che il brillante secondo tema, esposto dagli archi e dal flauto, starebbe benissimo in un’opera buffa, soprattutto quando entra il fagotto, che sembra imitare un borbottante basso buffo. Il piglio serioso degli accordi ribattuti, delle scalette discendenti e degli squilli di tromba torna più e più volte a contrastare la briosità dell’opera comica, che però vince 2 a 1 con l’entrata inattesa di un terzo tema – uno strappo al bitematismo classico -  che altro non è che una vivace melodia da opera buffa, giàutilizzata da Mozart alcuni mesi prima nell'aria "Un bacio di mano”: provate a canticchiarci sopra le parole originali, "Voi siete un po' tonto, Mio caro Pompeo, L'usanze del mondo, Andate a studiar", e sentirete come ci stanno bene.Proprio quest'arietta è alla base di gran parte dello sviluppodel movimento. Chissà come i viennesi, abituati fino a ieri a divinizzare Mozart, prenderanno questa “Jupiter” – non si sa chi dopo la morte di Mozart gli abbia affibbiato questo titolo improprio – che Pappano fa disinvoltamente scendere dall’Olimpo su cui l’avevano voluta collocare per forza. Ma i viennesi Mozart lo amano veramente e probabilmente saranno felici di accorgersi degli insospettati risvolti da opera comica di questa sinfonia.

Nel Concerto n. 1 per pianoforte di Mendelssohn, concepito proprio a Roma nel 1831, in cui si avvertono ancora Mozart e Beethoven ma allo stesso tempo è già evidente l’originalità del compositore amburghese, che appena ventiduenne scrisse uno dei migliori concerti per questo strumento nel periodo tra Beethoven e Brahms. Lo interpretava Francesco Libetta, pianista straordinario per più motivi, perché è anche compositore, direttore d’orchestra, musicologo e scrittore, perché il suo ideale non è entrare nel giro dei pianisti giramondo, perché ama suonare autori pochissimo noti, che certamente non gli assicurano facili applausi. E anche perché suona sempre col voltapagine seduto accanto: crediamo che sia un vezzo, nel senso che non ne avrebbe bisogno, ma che voglia così dimostrare che conoscere la parte a memoria non significa niente e che anzi potrebbe comportare il rischio di un certo automatismo, come una lezione eseguita appunto a memoria. Ma Libetta è straordinario soprattutto perché è un pianista bravissimo. Non gli manca la tecnica per le scale e gli altri passaggi brillanti, che abbondano nel primo e terzo movimento, ma è nei momenti di maggior sostanza musicale che dimostra chi veramente è: momenti come la pura e struggente bellezza della melodia che conclude il primo tema e la frase in stile di recitativo – quasi una di quelle metafisiche meditazioni dell’ultimo Beethoven – che segna la bellissima transizione senza soluzione di continuità tra i primi due movimenti.

Successo calorosissimo sia per Pappano che per Libetta, che ha ringraziato eseguendo per bis un brano di rarissimo ascolto: la trascrizione dello Studio op. 10 n. 12 “Rivoluzione”  di Chopin nella difficoltosissima trascrizione per la mano sinistra di Godowski.

 

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