Jesi riscopre Giuseppe Vignola

Al Teatro Pergolesi Lesbina e Milo abbinata a Stravinskij

Lesbina e Milo
Lesbina e Milo
Recensione
classica
Teatro Pergolesi, Jesi
Lesbina e Milo
17 Ottobre 2020 - 18 Ottobre 2020

L’attività del Teatro “G.B. Pergolesi” di Jesi prosegue con la stagione lirica, ideale continuazione del Festival Pergolesi Spontini appena concluso: sette i titoli in programma, in cinque appuntamenti, dal 17 ottobre al 27 dicembre, tutti all’insegna della leggerezza, del sorriso e della fantasticheria.

Apertura di stagione con un dittico, il balletto Suite italienne su musiche di Stravinsky e  la prima esecuzione in epoca moderna dell’ intermezzo Lesbina e Milo del compositore napoletano Giuseppe Vignola (1662-1712),composto agli inizi del ‘700 e  originariamente inserito nell’opera La fede tradita e vendicata di Francesco Gasparini.  Un omaggio a Pergolesi, il cui nome è associato non solo al più celebre intermezzo che si conosca, La serva padrona, che sarà rappresentato nel teatro jesino a dicembre, ma anche alle musiche di Stravinsky: Suite italienne, per violoncello e pianoforte,  è infatti tratta da Pulcinella, balletto creato da Léonide Massine per i Ballets Russes di Diaghilev giusto cento anni fa, per il quale Stravinsky rielaborò  arie del 700 napoletano, tra cui alcune di Pergolesi, aprendo un periodo compositivo caratterizzato dalla rivisitazione di stili e generi settecenteschi.  Ed è proprio il personaggio di Pulcinella che viene interpretato dai due danzatori e coreografi Sasha Riva e Simone Repele, sulle note del violoncello di Riccardo Pes accompagnato dal pianoforte di Andrea Boscutti: ne scaturisce un ritratto introspettivo, di cui si sottolineano i contrasti, tra  buffoneria e drammaticità, e l’identità intrinsecamente ermafrodita evocata dalla voce squillante e dal nome femminile della maschera.   Il costume di Pulcinella è una ricostruzione a cura di Anna Biagiotti di quello disegnato da Picasso per il balletto di Massine, che ne fu anche il primo interprete.

 

Sempre a Napoli ci troviamo con Lesbina e Milo: tre brevi scenette composte da un musicista, Giuseppe Vignola, che si formò e fu attivo nella città partenopea, dove nell’ultimo decennio del Seicento aveva avviato la sua carriera come  organista della Cappella Reale e come compositore di musica sacra e teatrale. Gli fu riconosciuta una particolare abilità nella composizione di scene comiche da aggiungere  alle riprese di opere serie, perché ottenne questo tipo di incarico, stabile,  presso il Teatro San Bartolomeo.

Lesbina e Milo presenta una esilissima trama costruita sulle schermaglie amorose tra i due protagonisti, lui soldato vanaglorioso e lei servetta sdegnosa, lui irrimediabilmente innamorato e lei che non vuol rinunciare alla propria libertà. Rappresentato al San Bartolomeo nel 1707, questo intermezzo su libretto di Carlo de Petris per alcuni aspetti non presenta i tratti più tipici del genere (ad esempio il protagonista maschile è un tenore, e i due personaggi sono legati alla trama dell’opera seria nei cui intervalli l’operina era rappresentata); per altri aspetti invece gli stilemi più consueti dello stile canoro buffo vi si trovano tutti: la vocalità sillabica e orientata ad una chiara dizione del testo, le ariette tripartite, semplici e cantabili, il dialogo serrato dei recitativi, i duetti alla fine delle tre scene, e l’aderenza tra strutture musicali e drammaturgia, che porta nella seconda scena alla commistione di aria (cantata da Milo) e di recitativo (di Lesbina, che interrompe più volte l’aria  amorosa di Milo, nonostante lui le ingiunga  “Non mi rompere il filo, ascolta e taci”). La seconda scena è anche quella dove si raggiunge l’apice comico, commisto naturalmente di ammiccamenti licenziosi e allusioni piccanti più o meno esplicite: Lesbina credendo di essere sola dà sfogo alle proprie smanie amorose, ma Milo è dietro l’angolo, e dopo essersi palesato le fa il verso imitandone gli accenti. Buona l’interpretazione del personaggio di Alberto Allegrezza, non tanto sul piano vocale ( che sembrava un po’ acerbo, ma la biografia ne racconta una formazione non accademica) quanto su quello attoriale; spigliata e gradevole vocalmente Giulia Bolcato in Lesbina.

L’allestimento, che si è avvalso della regia di Deda Colonna, delle scene di Benito Leonori e della direzione musicale di Marco Feruglio alla guida della FORM- Orchestra Filarmonica Marchigiana, ha potuto far riferimento all’unico manoscritto rimasto, contenente il dramma serio e le scenette buffe, conservato presso la biblioteca del Conservatorio di Napoli: l’edizione critica di Maria Chiara Olmetti ha riportato alla luce queste musiche semplici ma deliziose, emblemi di quella spontaneità, freschezza e naturalezza che tanto piacquero ai francesi più illuminati.

Le scelte registiche e scenografiche hanno voluto proporre una denuncia della difficile situazione del mondo dello spettacolo di oggi: Lesbina e Milo si muovevano dietro le quinte, tra sedie accatastate, arredi ammassati e costumi appesi, in un palcoscenico quindi dove rimanevano “resti” di teatro; tra una scena buffa e l’altra, negli spazi che in origine  accoglievano l’opera seria, immagini di teatri abbandonati, di un mondo decadente e appassito accompagnate da alcune pagine di Nicola Fiorenza e Antonio Porpora, autori anch’essi di scuola napoletana, per violoncello solista (Riccardo Pes) e orchestra.

   Fantastico il finale: la regista, lo scenografo e le maestranze del teatro (la grande “famiglia creativa” come la definisce Leonori) tutti in palcoscenico, a mettere in scena le prove dell’operina di Vignola, una tranche de vie teatrale carica di vita e di speranza che celebra questa apertura di stagione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Asmik Grigorian interpreta in maniera mirabile il personaggio di Dvořák per l'allestimento del Teatro Real

classica

Pianoforti, trombe e vecchi vinili in scena per l'ultima Biennale curata dalla coreografa canadese Marie Chouinard

classica

A Bologna, un trionfale concerto di Jonas Kaufmann chiude simbolicamente il sipario sui teatri italiani, dopo quattro mesi di sfide a denti stretti