Il risveglio di Amburgo 1: Apre la Elbphilharmonie

Dopo dieci anni di lavori si apre il nuovo auditorium sull’Elba con una festa musicale e un oratorio di Jörg Widmann

Recensione
classica
Eh, sì: a quanto pare Amburgo ha deciso di riprendersi quel posto di eccellenza nel panorama musicale che storicamente ha sempre occupato e che negli ultimi decenni si era piuttosto appannato. È probabile che da capitale tedesca del musical, l’attesa apertura dell’Elbphilharmonie dopo varie controversie e numerosi rinvii imponga la città anseatica come una delle capitali della “Kunstmusik”. La colossale opera della coppia di archistar svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron, già nuova icona della città, nasce all’insegna dell’eccellenza e dei grandi numeri. Si parla di oltre 800 milioni di euro interamenti finanziati con risorse locali (e con seri rischi per le finanze della città-stato) impiegando eccellenze mondiali in campo architettonico, costruttivo, acustico che non sono riuscite comunque a evitare infinite complicazioni e conseguenti rallentamenti nei piani iniziali ma dopo faticosi anni l’opera è compiuta.

Attesissima dunque l’inaugurazione in questo freddissimo gennaio. Insufficiente un solo giorno per una casa destinata alle due principali orchestre sinfoniche amburghesi – la NDR Sinfoniorchester (per l’occasione ribattezzata NDR “Elbphilharmonie” Orchester), vera padrona di casa, e la Philharmonisches Staatsorchester Hamburg – e allora per marcare lo storico evento si apre con un festival spalmato su più giorni, che include anche il venerato (e festeggiatissimo) Maestro Muti con la Chicago Symphony. Per il primo dei concerti in programma, presenti le massime autorità federali, Thomas Hengelbrock opta per un programma variegato, aperto dalle beethoveniane “Creature di Prometeo” e che spazia da Caccini a Messiaen passando per l’amburghese Brahms e poi Mendelssohn e Wagner, con il tocco “british” di Britten, e con finale gioioso dalla “IX Sinfonia” di Beethoven. Una sola novità: il pezzo di Wolfgang Rihm “Reminiszenz, Triptychon und Spruch” dedicato alla memoria dell’amburghese Hans Henny Jahnn, scrittore e costruttore di organi. Un programma nel complesso più per ascoltatori instituzionali, non necessariamente in cerca di rarità – delusi peraltro dalle defezioni di Jonas Kaufmann e Anja Harteros con i soli Bryn Terfel e Philippe Jaroussky per la necessaria dose di polvere di stelle – e comunque concepito per esaltare le meraviglie acustiche della grande sala da 2100 posti.

In questo senso, però, serviva meglio lo scopo l’oratorio “Arche” (Arca), commissionato per l’occasione da Kent Nagano per la sua Philharmonisches Staatsorchester a Jörg Widmann. Per l’occasione si rinnovava quindi la fortunata collaborazione fra Widmann e Nagano dopo la gigantesca “Babylon” tenuta a battesimo all’Opera di Stato Bavarese qualche stagione fa. La nuova creazione dell’estroverso compositore bavarese conferma la sua abilità a trattare organici imponenti (in questo caso, una grande orchestra sinfonica, due cori, coro di voci bianche, due solisti, due voci recitanti e ancora organo, due pianoforti, onde Martenot e via così) oltre a un infallibile gusto di orchestratore e a un eclettismo polistilistico, che rende questo oratorio “sui generis” particolarmente accattivante e riuscito, nonostante l’evidente debito alla “consacrazione della casa” sull’Elba. Strutturato in cinque articolati movimenti – Fiat lux, Diluvio universale, L’amore, Dies Irae, Dona nobis pacem – concepiti come un grande affresco sulla lotta fra il bene e il male dalla creazione del mondo alla “generation what” e oltre, narrata dalle voci dei due recitanti bambini, che regalano un tocco di ingenua freschezza al racconto biblico, ma soprattutto dall’articolato discorso musicale che impiega un impressionante spettro di volumi e soluzioni timbriche, con trasfigurati omaggi ai monumenti musicali del passato (Bach e Beethoven ma anche Brahms e Schubert). Non si ravvisa alcun cipiglio intellettualistico in questa nuova composizione di Widmann e tantomeno odore di incenso. Un esempio? “In te domine speravi” afferma il baritono, “No! Non nelle divinità” gli risponde il coro di bambini, “ma riporre la speranza in se stessi”. Magari qualcuno storcerà il naso di fronte ai continui scarti stilistici e quello smaccato gusto citazionista, se non mimetico, del compositore. Difficile tuttavia resistere a quell’entusiasmo positivista sul valore salvifico della musica, affidato nell’elaborata fuga bachiana squarciato che culmina nel fortissimo “Dona nobis pacem” che coinvolge tutti. Un entusiasmo che si respira nella sala e si traduce in oltre quindici minuti di applausi per Kent Nagano e la sua smagliante orchestra, per tutti i solisti e per Jörg Widmann salutato da una ovazione collettiva. La grande arca musicale sul fiume Elba esiste e salpa verso un brillante futuro. La festa continua.

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