Il Requiem tedesco ha inaugurato il Festival di Musica e Arte Sacra a Roma

L’'acustica della basilica di San Paolo ha impedito di apprezzare pienamente l‘esecuzione diretta da Jakub Hrůša

Jakub Hrůša (Foto Musacchio e Ianniello)
Jakub Hrůša (Foto Musacchio e Ianniello)
Recensione
classica
Roma, Basilica di San Paolo fuori le mura
Ein Deutsches Requiem  di Johannes Brahms
12 Novembre 2022

Il primo concerto del Festival di Musica e Arte Sacra si è svolto nella basilica di San Paolo fuori le Mura, da sempre sede degli eventi di maggior richiamo del festival e come sempre piena, sebbene un po’ meno di quanto avvenisse prima della pausa per il covid. Davanti all’altare erano schierati il direttore Jakub Hrůša, il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia (Maestro del coro Piero Monti), i Bamberger Symphoniker, i solisti Christina Landshamer (soprano) e Konstantin Krimmel (baritono). Sui leggii Ein Deutsches Requiem  di Johannes Brahms: non è musica liturgica in senso stretto ma nel 1868 la prima esecuzione si svolse nella cattedrale di Brema, quindi eseguirla in chiesa è più che legittimo. Però tra le innumerevoli chiese romane si sarebbe potuto sceglierne una con un’acustica migliore di quella di San Paolo. Questo problema è stato sottolineato da tutti coloro che hanno ascoltato uno dei bellissmi concerti (spesso con i Wiener Philharmoniker) che il festival ha portato in questa basilica nelle sue precedenti venti edizioni. Eppure questa acustica a dir poco ostica non aveva mai avuto effetti così deleterei come in questo concerto. Stranamente, nonostante le dimensioni enormi della basilica, le cose vanno meglio con orchestre di dimensioni ridotte (ricordiamo bellissimi concerti di Harnoncourt e Muti con musiche del Settecento) perché l’eco è meno forte. Ma anche in altre occasioni siamo riusciti a superare quel disturbo ed a goderci bellissime esecuzioni di Beethoven e Bruckner.

Questa volta no, e non credo che sia stata colpa degli esecutori. O forse sì, ma non perché l’esecuzione sia stata scadente, bensì perché Hrůša - che probabilmente aveva avuto appena una prova di assestamento per cercare di capire l’acustica della basilica - ha pensato che per farsi sentire in spazi così enormi bisognasse alzare il volume. Ma così l’eco, anzi gli echi, si sono rinvigoriti e le note che gli esecutori stavano cantando o suonando in quel momento si sovrapponevano a quelle che continuavano a rimbalzare gagliardamente tra le cinque navate della chiesa. Si riusciva a percepire con sufficiente chiarezza quel che ha scritto Brahms soltanto nei passaggi in cui la maggior parte della grande massa degli esecutori restava in silenzio e l’eco si attenuava. Per esempio, il bellissmo inizio con il mormorio profondo e grave ma non cupo di contrabbassi e di parte dei violoncelli, su cui entrava ’piano legato’ la dolcemente meditativa melodia degli altri violoncelli e delle viole, sul pedale ’pianissimo’ dei corni. Bellissimo: era l’unico momento, oltre ad un ’solo’ del flauto, in cui si poteva verificare l’ottima qualità dell’orchestra tedesca. Anche i solisti si sono potuti veramente ascoltare solo nei brevi momenti in cui orchestra e coro restavano sullo sfondo: voce giovane, sana, robusta quella del baritono Konstantin Krimmel, un po’ esile e stimbrata quella del soprano Christina Landshamer.

Del direttore d’orchestra – oltre alla scelta di suonare sempre un po’ troppo forte, a cui già si è accennato – non si può dire molto, tranne che ha colto il carattere generale di quello che è in tutti i sensi il più grande capolavoro sinfonio-corale di Brahms. Ma non si può entrare nei dettagli dell’interpretazione, sempre fondamentali e più che mai in Brahms, come i delicati impasti orchestrali, il sottile gioco delle armonie, la precisione delle due grandi fughe: tutto ciò è svanito negli spazi della basilica. Tuttavia qualcosa della musica di Brahms deve essere giunto agli ascoltatori, perché non sono mancati gli applausi, calorosi ma non entusiastici.

 

 

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