Il Guglielmo Tell “ridotto” di Bernard

Un nuovo allestimento dell’opera di Rossini ha inaugurato la stagione lirica di Cremona

Guglielmo Tell (Foto Alessaia Santambrogio)
Recensione
classica
Cremona, Teatro Ponchielli
Guglielmo Tell
04 Ottobre 2019

È un Guglielmo Tell sotto molti aspetti “ridotto” quello proposto da questo nuovo allestimento realizzato in coproduzione con Fondazione Teatro Verdi di Pisa da parte di OperaLombardia, cordata che comprende i teatri di Como, Brescia, Pavia, Bergamo e Cremona, città quest’ultima dove abbiamo seguito la “prima” che ha inaugurato la stagione lirica del teatro Ponchielli.

Lontano dalle ampie dimensioni da grand-opéra che segnano il primigenio lavoro francese Guillaume Tell, l’ultimo impegno operistico di Gioacchino Rossini è stato proposto nella versione italiana con la traduzione di Calisto Bassi del libretto originale di Étienne de Jouy e Hippolyte-Louis-Florent Bis, in questa occasione segnata da tagli che, se hanno mantenuto l’idea drammaturgica di fondo che si dipana lungo i quattro atti dell’opera (la serata è durata circa 3 ore e mezza), ne hanno in parte limato gli snodi narrativi, riducendo la complessità di una vicenda originariamente caratterizzata per dispiegarsi su più livelli.

Nella visione registica di Arnaud Bernard – coadiuvato dal collaboratore alla regia Yamal Das Irmich – la storia, ispirata alla pièce del 1804 di Friedrich Schiller Wilhelm Tell, che narra la vicenda dell’eroe eponimo vissuto tra i secoli XIII e XIV nel Canton Uri e protagonista della liberazione della Svizzera dagli Asburgo, viene immersa in un’eleganza un poco asettica fatta di arredi, decori e stucchi di una casa borghese di metà Ottocento. Perno della narrazione è il bambino Jemmy, una sorta di Atreiu (certo meno guerriero, qui in divisa da marinaretto) che invece di immergersi nelle pagine del libro senza fine di Michael Ende sfoglia un grande volume dedicato alla vicenda di Tell, i cui personaggi vanno e vengono nel corso della narrazione ora attraverso il grande camino ora sbucando dal classico armadio, in una sorta di sogno fantastico. Un meccanismo scenico di per sé nel complesso funzionale – assecondato con coerenza dalle scene di Virgile Koering, dai costumi di Carla Galleri e dalle luci Fiammetta Baldiserri – ma che riduce lo scorrere della narrazione all’alternanza tra due livelli: quello del sogno infantile e quello dell’ordinaria quotidianità di una famiglia borghese. Un impianto, insomma, che non ha restituito quelle che Massimo Mila definì le «due componenti poetico-drammatiche su cui si regge l’opera, il sentimento della Natura e l’entusiasmo patriottico», limiti confermati dallo scorrere della rappresentazione e culminati nel celeberrimo finale “Tutto cangia, il ciel s'abbella”, qui reso in maniera un poco sbrigativa e privo di pathos.

Un dato, questo, al quale ha contribuito naturalmente anche il versante musicale, gestito con alterna efficacia da Carlo Goldstein alla guida di un’orchestra I Pomeriggi Musicali un poco discontinua e di un coro OperaLombardia (preparato da Massimo Fiocchi Malaspina) sacrificato dai numerosi interventi relegati fuori scena, tra retropalchi e platea per il finale. Sul palcoscenico hanno offerto una buona prova Gezim Myshketa nel ruolo del protagonista e Barbara Massaro nei panni di un Jemmy scenicamente sovraesposto ma vocalmente efficace, mentre sono stati restituiti con impegno, tra gli altri, i personaggi di Arnoldo (Giulio Pelligra), Gualtiero (Davide Giangregorio), Melchthal (Pietro Toscano), Edwige (Irene Savignano) e Gessler (Rocco Cavalluzzi).

Pubblico numeroso e generoso di applausi rivolti a tutti gli artisti impegnati.

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