I russi per Pappano e l’orchestra di Santa Cecilia

Eseguito a Roma un programma interamente russo, che nei prossimi giorni sarà portato in tournée in Estremo Oriente

Pappano e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Pappano e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Recensione
classica
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Parco della Musica, Roma
Pappano e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
08 Novembre 2018 - 10 Novembre 2018

Il concerto di musica russa è una specialità dell’Accademia di Santa Cecilia, non passa stagione senza che ce ne sia in programma più d’uno, e a ragione, perché questa musica è totalmente nelle corde dell’orchestra, forse anche per merito dell’ormai lunga consuetudine con Temirkanov e Gergiev. Non è certamente un caso che proprio un programma interamente russo – cioè quello di cui si parla qui - sia stato scelto per la lunga tournée in Estremo Oriente, che dal 15 al 29 novembre toccherà tre capitali (Seoul, Taipei e Pechino) e altre importanti città come Shangai e Hong Kong. 

Ad aprire la serata era la briosa e scintillante ouverture di Ruslan e Ludmilla di Glinka, che sotto la particolarità dei suoi temi e sotto i suoi colori sgargianti cela una base ancora rossiniana. Il suo bruciante attacco è molto temuto dalle orchestre, in particolare dai violini, e in seguito le difficoltà non vengono affatto risparmiate anche ai fiati, come nel fittissimo chiacchiericcio degli strumentini a poche battute dall’inizio, ma i professori dell’orchestra romana ne sono usciti a testa alta.

Seguiva il Concerto n. 3 di Rachmaninov: anche questo brano - che non era eseguito spesso prima del film Shine, responsabile anche dell’insopportabile nomignolo Rach 3– è diventato una specialità della casa, ma confesso di non capire le ragioni della sua popolarità. Perfino un appassionato del pianoforte come Piero Rattalino non è tenero nei suoi confronti e nel programma di sala usa espressioni come “temi-slogan” e “logica non dialettica ma tribunizia”.  Eppure questo concerto è amatissimo sia dal pubblico che dai pianisti, soprattutto quelli giovani, negli anni in cui sono nel pieno possesso delle capacità atletiche necessarie per reggere questo tour de forcedi quaranta minuti. Ma da Daniil Trifonov, che oltre alle dita d’acciaio avrebbe molte altre frecce al suo arco, avremmo desiderato ascoltare un pezzo che ne mettesse in rilievo le ben più interessanti qualità d’interprete. Questo era il suo terzo concerto romano con orchestra e per la terza volta ha scelto Rachmaninov: un po’ monocorde. Ma innegabilmente ha suonato nel modo che ci si attende da un pianista come lui: esecuzione tecnicamente irreprensibile, stupenda per la capacità di affrontare con leggerezza e chiarezza anche i momenti più convulsi, molto controllata perfino nei momenti in cui i grandi temi di Rachmaninov solleciterebbero l’esecutore a metterci forti dosi di sentimentalismo. Successo inevitabile e per bis (nella replica di venerdì) la Gavotte en rondeau  dalla Partita n. 3 per violino solo di Bach, nell’elaborazione dello stesso Rachmaninov. 

Per concludere il concerto Antonio Pappano ha scelto la Sinfonia n. 4 di Cajkovskij. Riprendendo l’espressione usata da Rattalino per Rachmaninov, non mancano neanche qui i “temi slogan”, ma con quale forza espressiva, con quale potenza drammatica, con quale crescendo di tensione! Questa musica afferra l’anima e il corpo dell’ascoltatore e non lo molla mai fino alla fine, inutile cercare di resistere, bisogna lasciarsi andare alle sue ondate di emotività russa. L’interpretazione di Pappano è molto teatrale, nel senso migliore del termine, perché dà plastica evidenza a questa musica e ai contrastanti sentimenti che il compositore vi sparge a piene mani. Sono impressionanti le battute iniziali di corni e fagotti, che rappresentano il fato - protagonista di questo movimento, secondo le parole dell’autore stesso – come una forza tellurica, inumana: un mostro nero, nefasto, enorme, che ricorda con la sua potenza visionaria Il Colosso di Goya. È quello stesso fato che, verso la fine del movimento, fa sentire la sua presenza in tutt’altro modo, nella scansione quasi soffice ma inesorabile dei timpani sotto le frasi serene degli strumentini. Sono solo due dettagli di un’interpretazione potente, di grande splendore sonoro. D’altronde questa sinfonia è un cavallo di battaglia di Pappano e dell’orchestra, che l’hanno già suonata insieme in tre precedenti stagioni, portata in tournée ed anche incisa. Ma non c’è il minimo rischio che ci si posi sopra la polvere della routine, tutto è rimesso a lucido, ristudiato a fondo e presentato come un nuovo traguardo. Gli applausi finali sono più che giustificati, sono inevitabili. 

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