Hrůša e Rana in tre capolavori della musica dell’Ottocento

Weber, Schumann e Beethoven per il primo concerto del 2023 a Santa Cecilia

Beatrice Rana e Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)
Beatrice Rana e Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Beatrice Rana e Jakob Hrůša
05 Gennaio 2023 - 08 Gennaio 2023

Il concerto di Beatrice Rana e Jakob Hrůša aveva un valore particolare per l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dato che che lei ne è artista in residence per questa stagione mentre lui ne è il principale direttore ospite, e ci è stato assicurato che lo resterà anche quando nel 2024 succederà a Pappano come direttore musicale del Royal Opera House “Covent Garden” di Londra.

Diciamo subito che è stato un bellissimo concerto, con un programma un po’ all’antica, basato su tre noti capolavori dell’Ottocento, che hanno richiamato un grande pubblico. Ad aprirlo era l’ouverture del Franco cacciatore di Weber, il cui Adagio introduttivo era da brivido, a cominciare dalla motivo tenebroso e minaccioso (tanto più minaccioso perché tenuto a freno) degli archi, che rappresenta il lato oscuro del mondo, su cui si innesta senza cesure il tema dei quattro corni dei cacciatori, che risuona da lontano, flebile (talvolta lo si sente invece troppo spavaldo) e quasi indifeso, stretto com’è tra quel che lo precede e quel che segue, cioè lo spettrale tremolo degli archi, sotto cui risuonano cupi i colpi di timpano e il pizzicato dei contrabbassi. La tensione di questo Adagio è più che mai forte proprio perché Hrůša non calca la mano, come nel successivo Molto vivace, quando evita colori troppo squillanti e contrasti eccessivi di piano e di forte: non servono, anzi sarebbero controproducenti ai fini del grande crescendo, che s’infrange all’improvviso su una pausa da brivido, una specie di squarcio nella musica da cui si affaccia l’incubo del fantasma di Samiel, prima del tripudiante finale.

Beatrice Rana e Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)
Beatrice Rana e Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)

Spesso - col pretesto dell’attenzione allora nuova di Weber ai colori dei vari strumenti - questa ouverture diventa un pezzo un po’ esteriore, ma Hrůša le ha restituito la sua patina orchestrale ottocentesca e il suo spirito romantico: era un buon presagio per il successivo Concerto per pianoforte in la minore  di Schumann. E il presagio si è realizzato, fin da quando, dopo i grandi accordi iniziali del solista e dell’intera orchestra, rapidi, asciutti e potenti, si schiude improvvisamente e imprevedibilmente il meraviglioso primo tema, annunciato dai soli strumenti a fiato e subito preso nelle sue mani da Beatrice Rana, con un suono calibrato, trasparente, leggero, delicato, impareggiabile: un puro incanto e un’emozione profonda, che si rinnovano ogni volta (e sono tante) che nel Concerto si aprono simili squarci lirici, raccolti, sognanti e romantici, insomma schumanniani. Sono meno riusciti i rari momenti altisonanti: la Rana li suona con minore convinzione, d’altronde spesso servono soltanto come brevi momenti di transizione.

In questo Concerto Schumann lascia l‘orchestra per lo più sullo sfondo ma questo non significa che non sia determinante. Hrůša è sulla stessa lunghezza d’onda della Rana, calibra perfettamente il suono dell’orchestra su quello del pianoforte, le due voci si completano, si fondono e intessono un vero dialogo d’amorosi sensi, come nell’Andantino grazioso.  Alla fine (ci riferiamo alla prima delle tre serate) Beatrice Rana ricompensa i caldi applausi del pubblico con il Preludio op. 11 n. 12  di Skrjabin, composto negli anni giovanili: allora il compositore russo guardava soprattutto a Chopin, mentre questo Preludio è molto schumanniano.

Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)
Jakob Hrůša (foto Musacchio, Ianniello e Pasqualini)

Tutta la seconda parte del concerto era dedicata alla Sinfonia n. 7  di Beethoven. I tempi scelti da Hrůša sono veloci, ancora più veloci del solito. L’Allegretto  è un vero Allegretto  e non un Adagio  come nella vecchia tradizione tedesca, che risaliva a Wagner, e gli altri tre movimenti sono presi a un tempo scattante, a tratti vertiginoso. Ma Hrůša tiene l’orchestra leggera e agile, con tanti piccoli crescendo  e diminuendostringendo  e rallentando, ed evita così lo sgradevole effetto di una locomotiva lanciata in una corsa pesante e uniforme, in cui tanti direttori incorrono.  È stato particolarmente entusiasmante l’ultimo movimento, accolto da una meritatissima esplosione di applausi. Ci sono stati tentativi di applausi anche tra un movimento e l’altro di Schumann e Beethoven: gli abbonati si scandalizzano, ma significa che in sala c’è qualche novizio, di cui c’è proprio bisogno.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Splendida direzione di Mariotti e buon cast. Livermore questa volta sorprende con una regia semplice e intimista, quasi

classica

Successo per l’efficace Tamerlano con la direzione di Ottavio Dantone e la regia di Stefano Monti

classica

Successo per l’allestimento firmato Laurent Pelly