Due sinfonie per Daniele Gatti

Memorabili interpretazioni di Mendelssohn e Mahler all’Accademia di Santa Cecilia

Daniele Gatti
Daniele Gatti
Recensione
classica
Roma, Sala Santa Cecilia - Parco della Musica
Daniele Gatti
24 Febbraio 2022 - 26 Febbraio 2022

Si presentava come un concerto normale, con due sinfonie di repertorio e un direttore, Daniele Gatti, che è tra quelli che si ascoltano più spesso a Roma. E invece… che concerto!

L’attacco della Sinfonia n. 4 “Italiana”  di Mendelssohn scaturiva come un getto di musica sorgiva, naturale, spontanea, con un arioso dialogo tra archi e fiati, tra forte e piano, tra pizzicato e con l’arco, che Gatti si limitava a sorvegliare con pochi e piccoli gesti, mantenendo tutto sotto la sua vigile supervisione ma lasciando ai musicisti dell’orchestra quei margini di libertà perché si potessero concertare tra loro, come in una formazione cameristica allargata. Non avevamo mai ascoltato così questo celebre attacco. Quando inizia il fortissimo a piena orchestra, Daniele Gatti deve prendere saldamente nelle sue mani l’orchestra e qui, a voler essere pignolissimi, non tutto è proprio perfetto, perché gli archi, forse inebriati da quell’iniziale libertà, non rientrano subito nelle righe e impiegano un po’ a controllare al millimetro tempo e dinamiche. L’Allegro vivace  prosegue tra questi due poli e si arriva così al secondo movimento, Andante con moto,  in cui generalmente si vuole riconoscere la pittura sonora di una processione religiosa che avanza con passo uniforme: su quel ritmo costante di base però Gatti intesse un meraviglioso e sottile gioco di accenti, che cambiano continuamente con piccoli, delicati, quasi inavvertibili spostamenti. Il terzo movimento è il tipico affascinante Scherzo di Mendelssohn, quindi ha in sé qualcosa del mondo del Sogno di una notte di mezza estate, è aereo e fatato: qui non c’è niente di “italiano” e corni e fagotti nel Trio centrale ci trasportano nelle ombre d’un magico e misterioso bosco nordico miniaturizzato. Ma col Saltarello finale torniamo indubbiamente in Italia - un’Italia solare, gioiosa, vitale -  e Gatti lancia l’orchestra in una danzante corsa entusiastica. Anche qui - come nel primo movimento - gli archi erano sufficientemente precisi, ma sarebbero potuti essere più attenti all’à plomb  e alle dinamiche ed allora tutto sarebbe stato perfetto.

Daniele Gatti
Daniele Gatti

La perfezione - se esiste su questa terra - era raggiunta nella Sinfonia n. 1 “Il titano” di Mahler. Evitando con cura anche la minima ombra di enfasi e di teatralità che spesso sono considerate connaturate a questo autore e che affliggono tante esecuzioni, Gatti ne ha data un’interpretazione esemplare, che in molti momenti era una vera rivelazione e nell’insieme faceva apparire sotto una luce nuova l’intera sinfonia. Si può soltanto provare a fissare sulla carta alcuni di questi momenti.

L’introduzione lenta (Wie ein Naturlaut, Come un suono naturale) emanava un magico senso di stupefazione, di mistero e di sospensione del tempo. Gatti cura con estrema delicatezza e attenzione la transizione al tema principale, in modo che non si avverta nessuno iato e l’atmosfera dell’introduzione si propaghi a tutto il primo movimento, preso giustamente a un tempo più lento del solito (Mahler scrive Immer sehr gemächlich,  cioè Sempre molto tranquillo). Qui l’interpretazione di Gatti è assolutamente meravigliosa nei magici ‘pianissimo’ ma è da incorniciare anche il lungo e perfettamente dosato crescendo che porta alla luminosa esplosione finale.

Passiamo al terzo movimento, la grottesca marcia funebre basata sulla canzoncina infantile Bruder Martin (alias Frère Jacques  e, in italiano, Fra’ Martino). Mahler stesso affermava che questa marcia funebre fosse nello stile di Callot, il fin troppo celebre (un tempo) incisore del Seicento, ma, ascoltandola diretta da Gatti, si pensava ad un pittore di ben altro livello, Hieronymus Bosch, e ai suoi incubi infernali popolati da mostri grotteschi. Sono proprio quei mostri a sfilare al passo lento e pesante del canone iniziale. Lo sguaiato tema simile a una czardas, che contrappunta quella marcia funebre, sembra uscire dalle profondità dell’inferno, suonato da una coppia di demoni. E quella specie di valzerino deformato non può essere danzato che da scheletri, come una danza macabra. Eppure al centro di questa grottesca marcia infernale si alza la melodia purissima del Lied Die zwei blauen Augen  (I due occhi azzurri), che qui suona come un pianto infantile. Quest’episodio si estingue in flebili singhiozzi, e allora la diabolica marcetta ricomincia, si allontana e svanisce. Mai sentito così!

Daniele Gatti
Daniele Gatti

Il finale Stürmish bewegt (Tempestosamente mosso) ci tira fuori da quell’inferno o ci precipita ancora più a fondo dentro l’incubo? Normalmente gli episodi trionfali a piena orchestra sono considerati il nucleo di questo movimento, mentre Gatti ne individua il cuore nel dolce ma sconsolato tema centrale dal respiro melodico straordinariamente ampio, che torna due volte e ci porta dalle parti dell’Adagietto della Sinfonia n. 5. Questi temi si alternano a reminiscenze dei movimenti precedenti, fino a una climax che riconduce infine il re maggiore: in genere vi si vede la riaffermazione dello schema romantico del "trionfo dopo la lotta", ma con Gatti il finale è molto più problematico, e resta aperto.

Esiste in youtube una bella registrazione di questa sinfonia diretta da Gatti nel 2018 ad Amsterdam (sia detto tra parentesi, l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia in questo caso specifico non ha niente da invidiare a quella del Concertgebouw): alcune cose sono molto simili, altre no, segno della maturazione di un musicista che non non si accontenta del livello già altissimo raggiunto e continua a riflettere e a perfezionare la propria interpretazione. Non è da tutti.

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