Didone ed Enea? Sì, ma remembered

A Lione il capolavoro di Purcell rivisitato. Né i drastici tagli dell’originale né le lunghe interpolazioni moderne sembrano motivate da una chiara e ineluttabile necessità 

Didon et Énée (Foto Blandine Soulage)
Didon et Énée (Foto Blandine Soulage)
Recensione
classica
Opéra National di Lione
Didon et Énée (Foto Blandine Soulage)
16 Marzo 2019 - 30 Marzo 2019

La seconda opera dell’annuale festival di primavera dell’Opéra National de Lyon era Didon et Énéeremembered. Era e non era l’opera di Purcell, come sta ad indicare quel remembered aggiunto al titolo originale. Di quel sintetico capolavoro del 1689 - tre brevissimi atti per la durata complessiva di un’ora scarsa - restava infatti sì e no la metà, eppure la durata di questo spettacolo raggiungeva le due ore, in conseguenza di una serie di interpolazioni musicali e testuali. Quel che è cresciuto intorno a Purcell era l’opera collettiva di più autori, con il coordinamento e la supervisione - così pare di capire, sebbene questo suo ruolo non fosse esplicitato da locandina e programma di sala, ma soltanto da dichiarazioni e interviste - di David Marton, regista ungherese in ascesa.

Inizialmente lo spettacolo era annunciato come un dittico, la cui prima parte avrebbe dovuto essere Dido and Aeneas originale, la seconda una nuova opera che prendeva spunto da Purcell e il cui titolo si richiamava alle parole conclusive del sublime lamento di Didone morente,Remember me. Strada facendo le cose sono cambiate e lo spettacolo è diventato un work in progress preterintenzionale. Allo stato attuale le due opere non sono più separate e distinte ma unite e mescolate, però il risultato non sembra ottimale. D’altronde lo stesso Marton ha detto in un’intervista: “Mi sarei augurato che i vari elementi si incastrassero ancora di più”. 

Le parti musicali aggiunte erano del finlandese Kalle Kalima, che ha alle spalle una formazione classica ma è passato al jazz e all’improvvisazione. Il suo intervento consisteva in alcuni ammodernamenti della musica di Purcell, non invasivi e sostanzialmente rispettosi, e in ampi inserti musicali nuovi, totalmente moderni, che non riuscivano a dialogare con la musica di Purcell, sebbene ne utilizzassero i temi, resi però irriconoscibili da sovrapposizioni polifoniche inestricabili, elaborazioni elettroniche, improvvisazioni. Il risultato non era affatto disprezzabile in sé, ma privo di una chiara valenza drammatica, quasi una colonna sonora che scorreva parallelamente a quel che avveniva in palcoscenico. Kalima stesso, isolato e illuminato da un faretto, improvvisava sulla sua chitarra, mentre aveva necessariamente scritto per esteso le parti affidate all’orchestra dell’Opéra di Lione, diretta da Pierre Bleuse. A questo si aggiungevano gli interventi della cantante jazz Erika Stucky, godibili e di grande effetto, grazie alla sua fantasia di improvvisatrice e alla sua voce molto flessibile, capace di fare di tutto e di più.

Ma l’autore della maggior parte degli inserti era… Virgilio, di cui gli attori Marie Goyette e Thorbjörn Björnsson leggevano ampi passi tradotti in francese e inglese, scelti tra quelli che il librettista di Purcell ha trascurato nella sua radicale riduzione dell’Eneide. Versi bellissimi, che ormai pochi conoscono: ma a che pro questa lezione di letteratura latina? I due attori non erano eccelsi e la regia non aggiungeva nulla di memorabile alle loro lunghe declamazioni.

Anche nel resto delle due ore di spettacolo, David Marton faceva sentire solo sporadicamente la sua presenza di regista in ascesa, che in Francia è considerato tra i più interessanti della nuova generazione. Restano nella memoria il quadro che presentava i compagni di Enea come moderni migranti, un’idea politicallycorrecte indubbiamente suggestiva ma non originalissima. L’idea migliore Marton se l’era già spesa nel prologo, quando si vedevano i due attori in abiti da greci antichi scavare con attrezzi da archeologo tra i ruderi e dissotterrare con estrema cura componenti di pc e altri reperti elettronici, come se il corso del tempo si fosse capovolto e fossero gli antichi a ritrovare quel che resta della nostra civiltà.  Alla fine dello spettacolo i due archeologi contempleranno quei reperti a loro incomprensibili e allora ci rendiamo conto della differenza: gli antichi ci hanno lasciato statue e architetture che ammiriamo ancora oggi, noi lasceremo ai posteri miseri pezzi di plastica, inutilizzabili e privi di senso.

Così, con qualche minuto interessante e qualche quarto d’ora noiosetto, questo spettacolo si dilunga per due ore, non disprezzabili ma certamente non entusiasmanti. A rischio di apparire un vecchio conservatore, mi pare che in meno di un’ora e con minore dispendio d’energie si sarebbe potuto rappresentare Dido and Aeneas di Purcell e il risultato sarebbe stato migliore. Ma si sa, oggi stanno diventando di moda queste riconsiderazioni, rielaborazioni, contaminazioni o come altrimenti le si voglia chiamare, di cui sono oggetto soprattutto le opere barocche, che per concezione e struttura si prestano ad essere facilmente smontate, rimontate, accorciate, allungate. Purtroppo però spesso queste operazioni si rivelano delle superfetazioni inconcludenti e i moderni non riescono a stabilire un vero dialogo con gli antichi: questa vota è andata così.

Purcell è diventato marginale e quasi ci si dimenticava dei suoi interpreti. Dei nove cantanti previsti ne rimanevano tre, che interpretavano Didone, Enea e Belinda e cantavano anche un breve terzetto, unico residuo degli interventi delle streghe di Purcell. Alix Le Saux e Guillaume Andrieux, giovani e un po’ acerbi ma promettenti, erano rispettivamente Didone ed Enea, mentre Claron McFadden era più esperta, più sicura e più incisiva come Belinda.

Lo spettacolo sarà tra breve portato alla Ruhrtriennale e poi ad Anversa e Stoccarda: sarebbe interessante vedere se, confermando la sua natura di work in progress più o meno volontario, verranno apportate delle modifiche.   

 

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