Con Beethoven torna la musica a Santa Cecilia

Con un concerto straordinario sotto ogni aspetto Antonio Pappano ha diretto il primo dei cinque concerti dell’integrale delle nove Sinfonie

Pappano e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia nella cavea dell'Auditorium
Pappano e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia nella cavea dell'Auditorium
Recensione
Cavea dell'Auditorium
Pappano/Beethoven
08 Luglio 2020

Le Sinfonie di Beethoven, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, Antonio Pappano, le mascherine, il distanziamento, gli oltre tremila posti della cavea dell’auditorium ridotti a un migliaio, neppure totalmente esauriti per i residui e comprensibili timori del contagio da parte degli italiani. Applausi eccezionalmente calorosi e prolungati all’ingresso di Pappano sul palco manifestano la gioia per questo passo in avanti verso la riappropriazione della propria vita e il ringraziamento e l’affetto per il direttore e l’orchestra. La normalità della consuetudine e l’eccezionalità del momento si mescolano nelle parole rivolte al pubblico da Pappano, che inizia con la sua consueta e ormai mitica formula “Caro pubblico”. Poi si volta verso l’orchestra e dà l’attacco non dell’attesa Prima Sinfonia  di Beethoven ma di Gabriel’s Oboe  da Mission di Ennio Morricone, senza bisogno di annunciarlo prima, perché tutti lo riconoscono. Un commosso tributo reso con la sola musica, senza bisogno di inani parole.

Poi Beethoven. All’inizio il suono degli archi sembra leggermente sfocato, come se l’à plomb  non fosse perfetto: era un po’ di ruggine dopo oltre quattro mesi di silenzio o era l’amplificazione? Come che sia, dal secondo movimento in poi la gioia e l’entusiasmo di poter suonare di nuovo davanti al pubblico fanno piazza pulita di ogni eventuale intorpidimento delle dita e l’orchestra appare in forma smagliante.

S’inizia con la Prima  (ma il resto del ciclo non seguirà l’ordine cronologico delle nove Sinfonie) che normalmente viene archiviata con la definizione di “haydniana” e “mozartiana”. In realtà di Mozart c’è poco, ma molto di Haydn, di cui però Beethoven si appropria per volgerlo ai propri fini. L’Allegro con brio  iniziale è “interamente innervato dall’energia propulsiva del primo tema, rispetto al quale la seconda idea costituisce poco più che un diversivo” (Arrigo Quattrocchi) e questo da un lato viene da Haydn ma dall’altro già fa presagire il primo movimento della Quinta, con la sua irruenza e i suoi continui e quasi ossessivi ritorni. E gli accordi iniziali ricordano quelli che cinque anni dopo apriranno l’Eroica, anzi, pur essendo meno bruschi di quelli, sono più audaci, perché dissonanti. In effetti eseguendo consecutivamente la Prima  e la Terza  Pappano fa toccare con mano come, pur così diverse, siano della stessa pasta: in entrambe le sinfonie Beethoven usa infatti simili “materiali da costruzione” - i mattoni tematici, le fondamenta armoniche, il cemento delle transizioni - ma per costruire ora qualcosa di molto diverso, che aprì una nuova epoca della musica e ora appartiene all’immagine unica e inconfondibile che noi posteri ci siamo creati di Beethoven. Ma anche nell’Eroica l’eco di Haydn è presente: per esempio, i poderosi accordi dissonanti che preparano l’entrata del terzo tema discendono direttamente dagli accordi altrettanto poderosi e dissonanti che preparano l’entrata del secondo tema nella Sinfonia n. 82 di Haydn.

Quando nel 2015 aveva presentato a Roma l’integrale delle Sinfonie di Beethoven, Pappano non aveva mai diretto prima alcune di loro, ma oggi ha una conoscenza molto più approfondita di queste nove sorelle e intuisce perfettamente che il divario tra la Prima  e la Terza  esiste ma non è così enorme come generalmente si crede e quindi non accentua esageratamente il carattere “conservativo”  della Prima  né il tono eroico e titanico della Terza. Nella Prima convivono una accanto all’altra energia e irruenza nuove (nel primo, terzo e quarto movimento) e garbo e leggerezza settecenteschi (nell’Andante cantabile) e così questa Sinfonia diviene il passaggio epocale tra due diverse concezioni della musica.

Qualcosa di questo carattere di transizione permane nella Terza, di cui si è ascoltata un’interpretazione bellissima, rivelatrice. Non pensando che la genialità di questa Sinfonia si esaurisca nel suo piglio eroico, che tuttavia non viene da lui sacrificato, Pappano prende il primo movimento ad un tempo un po’ meno veloce del consueto, che gli permette di esaltare magnificamente la genialità di Beethoven come musicista “puro”, che risplende sia nelle grandi nervature di questo movimento di una grandiosità e complessità architettonica all’epoca inaudite sia in ogni piccolo dettaglio, nelle transizioni, nel modo con cui i vari tema si innervano l’uno con l’altro senza mai un calo di tensione e tantomeno una zona neutra di puro riempimento. Viceversa Pappano prende la Marcia funebre a un tempo un po’ meno lento del consueto e attenua lo stacco talvolta troppo netto tra la trenodia in do minore e la visione luminosa e consolatoria della parte centrale in do maggiore. Assolutamente straordinaria è la sua interpretazione della parte finale di questo movimento, quando il tema della marcia si frantuma e viene interrotto da pause, generando i bagliori di una catastrofe cosmica: una climax che ha ben pochi confronti nello stesso Beethoven. L’esaltazione dei valori puramente musicali dei primi due movimenti rende meno tagliente il divario con i rimanenti due, che offrono delle soluzioni musicali nuove e geniali ma che il titanismo delle interpretazioni romantiche faceva apparire un’appendice inadeguata alla prima parte della Sinfonia.

Il pubblico esplode in applausi entusiastici, che in altre occasioni sarebbero sfociati in un bis, ma questa volta tanti motivi hanno consigliato di evitarlo.