“Classiche Forme” nella Lecce barocca

Il festival diretto da Beatrice Rana ha offerto una settimana densa di concerti da camera

Festival Classiche Forme 2022 (foto Festival Classiche Forme)
Festival Classiche Forme 2022 (foto Festival Classiche Forme)
Recensione
classica
Lecce - Festival “Classiche Forme”
Cilea - Martucci - Smetana - Šostakovič
22 Luglio 2022 - 23 Luglio 2022

In sei anni il Festival Internazionale di Musica da Camera “Classiche Forme” è molto cresciuto ma non è cambiata la sua anima, che ha un nome e un cognome, Beatrice Rana, che l’ha fondato quand’era giovanissima e ne è la direttrice artistica. Proprio perché il festival è cresciuto, quest’anno si è sentita la necessità di dotarsi un direttore generale che si occupi dell’organizzazione: è stato individuato in Paolo Petrocelli, che svolge lo stesso incarico all’Accademia Stauffer di Cremona, con cui il festival pugliese già collabora così come collabora con un altro prestigioso istituto di alto perfezionamento musicale, l’Avos Project di Roma e con i Conservatori di Bari e di Lecce, a conferma del suo attivo interesse per i giovani che stanno intraprendendo l’attività concertistica. L’edizione 2022 del festival consisteva in sette giorni di concerti, al ritmo di uno, due e talvolta tre appuntamenti al giorno, che si sono svolti soprattutto a Lecce ma anche in qualche altra località dei dintorni, scelta tra le tante bellezze, note o segrete, che il Salento custodisce.

La formula è quella dell’incontro tra musicisti di vari paesi, che si sono conosciuti nei loro viaggi attraverso il mondo, si sono scelti per le loro affinità elettive e si danno appuntamento a Lecce per suonare in gruppi cameristici a geometria variabile, il che permette di mettere in programma anche musiche che proprio a causa del loro organico insolito non sono di frequente ascolto. Naturalmente la fondatrice Beatrice Rana s’impegna particolarmente – quest’anno ha suonato quasi ogni giorno – ma questo significa che è quella che lavora di più, non che si atteggia a protagonista assoluta.

In due giorni di permanenza a Lecce ho avuto modo di ascoltare tre concerti. Interessantissimo il programma del primo dei tre, intitolato, “Affresco italiano” e dedicato a quei compositori italiani che già prima della “generazione dell’Ottanta” avevano cominciato a rivolgere i loro interessi anche (Francesco Cilea) o prevalentemente (Ferruccio Busoni) o esclusivamente (Giuseppe Martucci) alla musica da concerto. L’esplorazione di questi angoli dimenticai della musica italiana è cominciata da pochi anni ed è ancora un piccolo rivolo ma si sta intensificando e sta diventando un bel ruscello, anche se difficilmente potrà raggiungere le dimensioni di un maestoso fiume.

Ludovica Rana e Maddalena Giacopuzzi (foto Festival Classiche Forme)
Ludovica Rana e Maddalena Giacopuzzi (foto Festival Classiche Forme)

Di Busoni si è ascoltata la Kleine Suite op. 23 per violoncello e pianoforte del 1886, che inizia con un omaggio a Bach in rigoroso contrappunto, prosegue prendendo sempre la musica tedesca come punto di riferimento, ma reinterpretandola in modo non pedissequo, e si conclude in modo un po’ brahmsiano. Busoni aveva sì e no vent’anni quando compose questo pezzo dotto e allo stesso tempo di gradevole ascolto, mentre il suo coetaneo Cilea ne aveva pochi di più quando nel 1888 scrisse la Sonata per violoncello e pianoforte,  che si è giustamente conquistata un piccolo spazio nei programmi concertistici. Se Busoni guardava fisso alla Germania, Cilea si ritagliò uno spazio musicale più personale, pur avendo chiaramente un debole per la musica francese: fa pensare a Massenet ma talvolta anche a Ravel e questa sarebbe una geniale anticipazione (quando Cilea scrisse questa Sonata, Ravel aveva tredici anni) ma forse è il risultato della radicale revisione del 1945. Non ha però nulla di francese il bellissimo secondo movimento, Alla romanza. Largo doloroso, che riprende ed elabora o forse inventa totalmente un antico canto tradizionale dell’Italia meridionale (Cilea era calabrese di nascita e napoletano di formazione), unendo sentimento e raffinatezza di scrittura. Il concerto si concludeva con la Sonata in fa diesi minore op. 52 per violoncello e pianoforte  di Giuseppe Martucci, anch’essa un’opera giovanile, composta nel 1880 a ventiquattro anni. Il primo movimento col suo sviluppo di singolare complessità e lo Scherzo con la sua potente propulsione ritmica guardano a Brahms (ma il Trio  riecheggia zampogne napoletane) e l’intimo Intermezzo e gli scatti umorali del finale fanno pensare a Schumann. Un lavoro forse troppo ambizioso per un ventenne ma ricco di idee -tante, forse troppe tutte insieme - che troveranno piena realizzazione nelle successive composizioni del musicista napoletano.

Tra la violoncellista Ludovica Rana e la pianista Maddalena Giacopuzzi c’è un ottimo affiatamento e – direi – grande complicità, quella complicità per cui bastano uno sguardo o un cenno della testa per intendersi perfettamente. La loro esecuzione, curata nei minimi particolari e fiduciosa nella qualità di queste musiche, è stata fondamentale per farne apprezzare appieno il carattere, le particolarità e il valore, non sublime ma comunque notevole.

Il pomeriggio del giorno dopo l’Amai Quartet (nato nell’ambito dell’Accademia Stauffer) suonava Haydn e Beethoven: un difficile banco di prova affrontato con entusiasmo dalle quattro giovani strumentiste, che hanno formato questo ensemble soltanto due anni fa e che continuano a studiare e perfezionarsi.

Quartetto Modigliani e Beatrice Rana (foto Festival Classiche Forme)
Quartetto Modigliani e Beatrice Rana (foto Festival Classiche Forme)

La sera erano di scena due grossi calibri, il Quartetto Modigliani e Beatrice Rana. Come primo brano il quartetto francese ha eseguito il Quartetto n. 1 di Smetana, noto col titolo “Dalla mia vita”. È un peccato che non sia frequente ascoltare la musica da camera del compositore ceco, limitata a soli tre lavori, due quartetti e un trio, ma tutti di altissima qualità. A proposito del primo Quartetto Smetana scrisse: “Non avevo intenzione di seguire alcuna formula o alcuna concezione usale”, ed è vero. Dall’inizio alla fine questo Quartetto cattura l’ascoltatore con la sua alternanza di passione, gioiosi ritmi popolari, intenso lirismo e trascinante entusiasmo, che si susseguono con una tensione interna e un’urgenza che non calano mai. Il Quartetto Modigliani sfoggia grande coesione e alto livello tecnico ma non si compiace di queste sue qualità, anzi è disposto a rinunciarvi per suonare in modo aspro e furente, qualora la musica lo richieda. E lo richiedono sia il Quartetto di Smetana sia il Quintetto per pianoforte e archi op. 57 di Šostakovič, che trapassa dall’esposizione di una regolarissima fuga all’irrefrenabile animazione dello Scherzo, dagli unisoni aspri e furenti ai motivetti semplici e ironici. Tutte le svolte stilistiche e i salti d’umore tipici del compositore russo sono resi splendidamente dai quattro archi e dal pianoforte di Beatrice Rana, che aggiunge una marcia in più all’ottimo gruppo francese.

Tutti i concerti si sono svolti davanti a un pubblico folto, partecipe, soddisfatto e generoso di applausi, che sono stati particolarmente entusiastici per Beatrice Rana, che è comprensibilmente una beniamina dei suoi concittadini (e dei musicofili di mezzo mondo).

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