Chamoisic tra elettronica e madrigale

Il festival valdostano, diretto da Giorgio Li Calzi, si conferma tra gli appuntamenti più originali dell'estate 

Chamoisic 2018 Foto Antonio Baiano
Fratelli Tommaso (foto di Erika Sollo)
Recensione
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Chamois
Chamoisic 2018
03 Agosto 2018 - 05 Agosto 2018

Dal jazz alla musica elettronica e cibernetica; dalla musica antica e rinascimentale a quella contemporanea o addirittura avveniristica; dall’improvvisazione, nelle sue varie forme, alla contaminazione e all’uso di nuovi strumenti elettroacustici; dalle tradizioni musicali rivisitate alla scoperta di suoni altri appartenenti a paesi e popoli lontani.

Questo il carattere avvincente e poliedrico dell'ormai “tradizionale” e suggestivo festival d'alta quota valdostano Chamoisic, organizzato a Chamois (Valtournenche) dall’Associazione Insieme a Chamois, in un fantastico “palcoscenico” naturale, sempre più vero e proprio accogliente anfiteatro delle musiche, e diretto con intelligenza e visione dal trombettista torinese Giorgio Li Calzi (direttore anche del Torino Jazz Festival), all'insegna del rispettoso e proficuo dialogo tra le molteplici espressioni musicali.

Ne abbiamo seguito l’intensa tre giorni conclusiva (dal 3 al 5 agosto), preceduta, come di consueto, da una serie di interessanti anteprime, che, a partire dal 20 luglio, hanno animato e coinvolto altri sei comuni della Valle D'Aosta.

Ad aprire le danze venerdì 3 agosto ci ha pensato il percussionista di origini indiane Trilok Gurtu (tra i campioni dell'ethno world jazz), sempre di casa in Italia, fin dai tempi dei milanesi Aktuala, grande appassionato di vini nostrani, il cui set ha impressionato il pubblico per intensità e magistero; un Gurtu come al solito capace di mescolare sapientemente la riverberante e spirituale tradizione della musica classica indiana e dei suoi intimi e profondi cicli ritmici (eccezionale la sua ipnotica performance alle tabla) con le dinamiche poliritmiche di stretta derivazione africana e i tipici roboanti suoni percussivi della cosiddetta western culture, con tutto il suo spettacolare e gestuale drumming sound.

Trilok Gurtu, foto Antonio Baiano
Trilok Gurtu (foto di Antonio Baiano)

Gurtu è stato poi seguito dall'ottimo concerto degli “stralunati” Eazycon, storica formazione torinese capitanata da Carlo Musso (voce e chitarra) e dal colorato e coraggioso Francesco Partipilo (sax tenore), sempre in ironico e imprevedibile equilibrio tra reminescenze prog e free jazz (anche a divertente vocazione teatrale in stile chicagoano) e morbide sonorità, modalità e andamenti, tipici invece della storica new wave.

Nella successiva giornata, sabato 4 agosto, gli eventi poi si sono succeduti a un ritmo incalzante. A cominciare, nell'incantata radura boschiva antistante il ruspante rifugio dell'Hermitage, ci hanno pensato i talentuosi, se non fenomenali, giovani gemelli Tommaso (Gabriele alla chitarra e Michelangelo alla batteria), già componenti dei sornioni Eazycon, ma nell'occasione impegnati a sciorinare la loro mirabolante e impetuosa formazione rock blues, in un tripudio di infuocati e tambureggianti soli e magmatiche e dense sferzate elettriche.

Fratelli Tommaso, immediatamente seguiti, sui prativi e suggestivi rilievi attorno alle acque del Lago Lod, da uno degli storici inventori della cosiddetta glitch music (il “rumore” informatico, che si fa suono), un meritevole “pallino” di Giorgio Li Calzi, grande appassionato di suoni filtrati e alterati (quando non puramente artificiali), ovvero il tedesco Frank Bretschneider, assoluto maestro della programmazione elettronica e digitale, autorevole ideatore di un asciutto, stratificato e implacabile suono “binario” (lontano dagli ampi “lattiginosi” spettri sonici generati dalle apparecchiature analogiche), che gioca di continuo a meraviglia con il sapienziale controllo dell'errore elettronico, parte essenziale di una fantasmagorica, cibernetica e avveniristica idea di composizione.

Poco dopo, nella piazzetta di Chamois, dove di corsa tutti ci si è catapultati, a restituire senso e funzione sociale all'hip pop e al rap, in epoca di sfrontato trap, con tutte le sue ostentate derive più o meno violente, individualiste e volgari, ci ha pensato la convincente performance di un ritrovato Frankie Hi Nrg MC, che grazie al martellante jazz rock degli AlJazzeera (Manuel Pramotton, sax; Luca Mangani, basso; Donato Stolfi, batteria) sembra aver ritrovato le motivazioni di un tempo, sì da restituire nuovo valore e forza ad un efficace, taumaturgico, autorevole e necessario uso politico della parola.

Frankie Hi Nrg (foto di Antonio Baiano)
Frankie Hi Nrg (foto di Antonio Baiano)

Potere della parola e dei suoi intimi significati, celebrato anche, subito dopo, nella caratteristica chiesetta di Chamois, dall'eccellente gruppo vocale a cinque voci, dal polifonico ed elegante repertorio rinascimentale, Vox Libera, diretto dal valoroso Dario Tabbia. Una Formazione “educata” che si è resa probabilmente interprete del concerto più stregante dell'intera tre giorni, con Tabbia davvero bravo nel coinvolgere il pubblico in un affascinante percorso d'ascolto, che ha voluto ripercorrere a grandi linee, a partire per esempio dal più scanzonato, audace, se non licenzioso, repertorio monteverdiano (come quello degli agresti madrigali amorosi contenuti nel famoso Quinto Libro), quel particolare e fondamentale momento storico, in cui nella nostra cultura musicale si afferma il madrigale, caratteristica composizione poetica e musicale (speciale connubio tra parole e musica, “affetti” della parola e stratagemmi musicali dalla funzione semantica, ovverosia i madrigalismi) a nuova conduzione polifonica, tipica del rinascimento italiano ed europeo. Una composizione colta e però dal più aperto carattere “popolare”, antesignana della nostra canzone ed espressione della prima liberazione, nella storia della musica euro colta, dai limitanti e stringenti temi del sacro e dello spirituale o magari del gentile e cesellato amor cortese, e quindi anche dall'uso elitario del latino.

A chiudere, infine, l’emozionante excursus sonoro idealmente tracciato dall’articolata rassegna, è stata, nel pomeriggio di domenica 5 agosto, la grande ed infuocata tradizione della pizzica, con i suoi infervorati e tambureggianti ritmi ternari, atti ad espellere le demoniache, tarantate e simboliche presenze, ad opera di una delle band più importanti e radicate del Salento griko (l’isola culturale leccese), della nostrana musica popolare e della sua storica e meritevole riproposta, l'arrembante Canzoniere Grecanico Salentino, i cui energici protagonisti, a cominciare dal leader, violinista e trascinante percussionista Mauro Durante, ci hanno ricordato che se il fenomeno del tarantismo è finito, non si è certo estinto l'ampio disagio sociale che abita endemicamente le nostre comunità; un disagio al quale oggi però sembra non si sappia più opporre un’adeguata cura, per lo meno capace di coinvolgere in via partecipata e solidale, proprio come una volta faceva la contadina pizzica, l'intera collettività.

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