Carne e sangue per il Macbeth di Cobelli

L'edizione di Macbeth a Modena ha, tutto sommato, raggiunto un buon esito. Le scene e la regia si sono indirizzate verso una direzione fortemente caratterizzata, anti-tradizionale, con esibizione di nudi, sangue, e barbarie varie. La resa musicale è stata in buona sostanza apprezzabile, con una direzione, quella di De Bernart, personale ma coerente con una lettura figlia del Novecento. I cantanti hanno ben reso i caratteri vocali dei protagonisti, adeguata la compagnia nel complesso, alti e bassi nel coro. Alla fine applausi attraversati da sonori dissensi indirizzati a direzione orchestrale, scene e regia.

Recensione
classica
Teatro Comunale Modena
Giuseppe Verdi
28 Febbraio 2001
Saldezza costruttiva, compattezza, sangue e barbarie. Questi i caratteri che sono stati scelti quali elementi fondanti dell'allestimento del Macbeth modenese, ospitato dal Teatro Comunale, che ha unito il lavoro di Massimo De Bernart (direttore), Giancarlo Cobelli (regia) e Carlo Diappi (scene e costumi). Un allestimento che, in verità, si è diviso in due. Infatti, lo stesso impianto scenico (con qualche naturale variazione) e la regia di Cobelli sono stati impiegati per la messinscena del dramma di Shakespeare al Teatro Storchi, sempre a Modena. Un'operazione indubbiamente nuova e meritoria, ma che ha segnato profondamente, dal punto di vista scenico, l'opera verdiana. Una cifra decisamente marcata, individuabile da un'atmosfera che ci ha riportato alla memoria il Macbeth cinematografico di Roman Polanski (ancora più che quello di Orson Welles) non fosse altro che per la massiccia presenza di sangue e carne: quella dei corpi martoriati dalle battaglie e quella delle vittime della folle sete di potere dei coniugi Macbeth. E ancora la carne dei protagonisti stessi, nonché dei mimi attivi sulla scena, esibita quale veicolo di una doppia simbologia, che univa il dato erotico che pervade profondamente l'opera, ad un'ambientazione arcaica e barbarica, ma anche astratta, fredda, desolata. Così la scena, squadrata, spoglia, cupa, rimane sostanzialmente invariata dall'inizio alla fine, ma risulta nondimeno funzionale alla rievocazione delle ambientazioni nell'ambito delle quali si articola la vicenda. Anche grazie ad un pannello che divide il proscenio dalla parte più profonda del palcoscenico, che a volte è un muro cieco, altre volte un velo trasparente che separa un altrove abitato da Ecate - la divinità della morte che contamina la vita del protagonista - dal mondo di Macbeth, nel quale il male si infiltra anche attraverso botole e passaggi che rendono labile quel confine. Sui due lati, il coro(del Teatro Comunale di Modena), una presenza neutra che rimanda alla tragedia greca. Anche il dato musicale si è inserito sui binari di una drammatizzazione estremamente incisiva, diretta da De Bernart con un gusto personale ma efficace, che non è piaciuto a una parte (minoritaria, per la verità) del pubblico presente alla prima. L'orchestra era quella della Fondazione "Toscanini" impegnata a seguire i dettami del direttore. Tra i protagonisti, il ruolo di Macbeth è stato risolto in modo incisivo dal bravo Antonio Salvadori, mentre Francesca Patanè è stata una Lady la cui sensualità (suggellata dal nudo precedente il brindisi) si è integrata con l'ambizione estrema ed alienante del personaggio, ben resa da una voce dal timbro personalissimo. È inoltre giusto ricordare Francesco Piccoli nel ruolo di Macduff e Alberto Rota in quello di Banco. Una proposta forte insomma che, se portava in se tutti i pro e contro di una lettura certo non tradizionale, non ci è parsa meritare quei dissensi (oltre alla direzione, anche a scene e regia) che alla fine hanno attraversato gli applausi, comunque prevalenti.

Interpreti: Salvadori/Vratogna, Rota, Patanè/Rezza, Giaccaia, Piccoli, Cosentino, Tonin, Ricci

Regia: Giancarlo Cobelli

Scene: Carlo Diappi

Costumi: Carlo Diappi

Orchestra: Orchestra Sinfonica "A. Toscanini"

Direttore: Massimo De Bernart

Coro: Coro del Teatro Comunale di Modena

Maestro Coro: Stefano Colò

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