Biennale Musica, voci nel tempo e nello spazio

 Per Travelling Voices alla Basilica di San Marco di Venezia la Cappella Marciana con la sound artist Christina Kubisch

Biennale Musica San Marco Foto © Andrea Avezzù
Foto © Andrea Avezzù
Recensione
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Biennale Musica, Basilica di San Marco
Travelling Voices: Cappella Marciana - Christina Kubisch
21 Settembre 2021

Pochi giorni fa ero a Tallinn, Estonia, e entrando per caso nella cattedrale ortodossa di Aleksandr Nevskij che domina la città c’era una funzione in corso, con un piccolo coro nascosto che rispondeva al canto del celebrante.
Un momento molto intenso, in cui il mio essere intruso straniero che voleva visitare la chiesa si è intrecciato con la “normalità” del rito bizantino, creando un legame – per quanto veloce e provvisorio – proprio attraverso la bellezza di quella musica.

Ci stavo ripensando ieri sera, seduto sotto gli straordinari mosaici della Basilica di San Marco a Venezia, durante il bel concerto Travelling Voices della Biennale Musica che metteva insieme alcuni lavori per coro di epoca rinascimentale e la loro rielaborazione elettronica da parte della sound artist tedesca Christina Kubisch.

Nelle note di lavoro infatti, la Kubisch si riferisce più volte a come l’elemento del viaggio, della mobilità dei compositori, sia al centro di questa riflessione, che l’ha vista registrare a Venezia il materiale e poi farlo “viaggiare” in altri spazi europei fino in Germania per la rielaborazione, per poi tornare a condividerlo in quel luogo così simbolico e unico.

«Che cosa succederebbe se quei viaggi si ripetessero con le possibilità di oggi? Se le voci rinascimentali dei compositori di San Marco tornassero al loro paese d’origine ma in un mondo contemporaneo?»

«Che cosa succederebbe se quei viaggi si ripetessero con le possibilità di oggi? Se le voci rinascimentali dei compositori di San Marco tornassero al loro paese d’origine ma in un mondo contemporaneo?» si chiede la musicista. Una domanda forse leggermente retorica e più suggestiva e poetica che realmente urgente, ma la cui risposta artistica è stata di notevole fascino sonico.

Dislocati in differenti luoghi della Basilica, a partire dalla celebre doppia cantoria, gli ottimi interpreti della Cappella Marciana hanno intonato composizioni di Willaert, Monteverdi, dei due Gabrieli, di Merulo e Zarlino, alternandosi con la spazializzazione del viaggio costruito dalla Kubisch, un viaggio fatto di avvolgenti tessiture armoniche, di lunghi drones in cui i singoli elementi delle fonti originarie luccicavano come punti dorati in un flusso di stringente lentezza.

Forse quindi la domanda più spontanea potrebbe riguardare un viaggio nel tempo, più che nello spazio: cosa accade se le voci rinascimentali dei compositori di San Marco viaggiano nei secoli e ci raggiungono plasmate con i segni della nostra contemporaneità?

E perché – se proprio si devono fare domande, facciamocele tutte – quel tipo di sonorità, costruzioni armoniche e melodiche, intenzioni, continuano a rimanere così affascinanti per un ascolto degli ultimi decenni (per tornare all’Estonia, c’è l’esempio di un Arvo Pärt e di tutto il “ritorno” rinascimental/contemporaneo che via ECM ha riattivato uno sguardo su quelle esperienze)?

Biennale Musica San Marco Foto © Andrea Avezzù
Foto © Andrea Avezzù

Risplende in tutta la sua magnificenza, ancora una volta, sotto lo sguardo del pubblico della Biennale ben distanziato invece che di quello del flusso di turisti più o meno noncuranti, la Basilica di San Marco. Risponde con i suoi echi, con la necessità di considerare lo spazio e il tempo come concetti in movimento. Lo spirituale (lontano) e il terreno (vicino) provano a scambiarsi di posto e come sempre appaiono fantasmatici a un mondo comunque in affanno dopo i tanti mesi di pandemia, da afferrare in modo individuale, ma da restituire collettivamente.

Gli applausi convinti a interpreti, compositrice e ai suoi collaboratori sanciscono il piacere di questa restituzione collettiva, la ponderatezza di un progetto forse non indimenticabile, ma certo bello e con il pregio della rispettosità e dell’accuratezza nella definizione spaziale del suono.

Che poi in fondo alle domande della Kubisch e alle mie non abbiamo risposto, ma meglio così, rimanendo aperti e in ricerca capiterà magari, come nella cattedrale di Tallinn, che l’essere straniero e una musica si incontrino per caso e allora, forse, ci risponderemo.

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