“Attila” alle Muse

L’opera di Verdi in un nuovo allestimento della Fondazione Teatro delle Muse, con la direzione di Marco Guidarini e la regia di Mariano Bauduin

Attila (foto di Giorgio Pergolini)
Attila (foto di Giorgio Pergolini)
Recensione
classica
Ancona, Teatro delle Muse
Attila
30 Settembre 2022 - 02 Ottobre 2022

Il Teatro delle Muse di Ancona apre di nuovo il proprio sipario alla lirica con Attila di Giuseppe Verdi, nuovo allestimento della Fondazione Teatro delle Muse, con la direzione musicale di Marco Guidarini e la regia di Mariano Bauduin. Ottimo il cast vocale, che annoverava Alessio Cacciamani nel ruolo del protagonista, Marta Torbidoni in quello di Odabella, e poi Vitaliy Bilyy in Ezio, Sergey Radchenko in Foresto, Andrea Schifaudo in Uldino e Andrea Tabili in Leone. Opera di un Verdi agli inizi di carriera e ancora legato alla rigida struttura a numeri, ma non per questo meno complesso dal punto di vista vocale. Impervia soprattutto la parte femminile, l’unica presente nell’opera, affrontata con carattere da Marta Torbidoni, soprano che unisce agilità e  pienezza sonora, caratteristiche ideali per Odabella, virago coraggiosa  e determinata, assetata di vendetta, degna antagonista del re degli Unni. Il soprano quindi molto nella parte nella cavatina, e un pochino meno in “Oh nel fuggente nuvolo”, dove si sarebbe desiderata una interpretazione più raccolta e struggente, e una più ampia tavolozza dinamica nella sfera del ‘piano’.  Imponente, e non solo per la importante parte riservata al personaggio,  la presenza di Cacciamani, che alla voce possente e profonda associava le physique du rôle. Si sono molto  apprezzate anche le voci di Radchenko, tenore russo dal bel timbro e dalla voce morbida e piena, e del baritono ucraino Bilyy, entrambi con ottima dizione ed entrambi in grande amicizia (come sono apparsi durante la conferenza stampa di presentazione dell’opera) e in condivisione sullo stesso palcoscenico.

Attila (foto di Giorgio Pergolini)
Attila (foto di Giorgio Pergolini)

Ironia della sorte, i due cantanti si sono trovati ad interpretare un’opera che parla di guerra, di stragi e di profughi, un’opera che offre un messaggio politico che il regista non ha esitato a sottolineare anche dispiegando in un paio di situazioni il tricolore. Bauduin ha scelto poi di rispettare l’ambientazione storica e di seguire alla lettera le didascalie sceniche del libretto, compreso il “letto orientale assai basso, e coperto di pelli di tigre” evocato con un ampio particolare di “Caccia alla tigre” di Rubens sullo sfondo.

Anche i continui cambiamenti di luogo voluti da Solera/Piave  sono stati resi fedelmente da frequenti sipari, che ne hanno sottolineato la debolezza drammaturgica e lo spezzettamento dell’azione, dovuto anche alla mancanza di ciò che i francesi chiamano ‘liaison des scènes’.  La struttura a numeri chiusi e l’avvicendarsi metodico delle cabalette erano appesantiti da una regia piuttosto statica, che faceva poco interagire tra loro i personaggi; le scene essenziali ed iconiche di Lucio Diana e i costumi austeri e in stile di Marianna Carbone non disdicevano invece con l’ambientazione altrettanto severa e drammatica della vicenda.

Bene l’Orchestra Sinfonica ‘Rossini’, che si è fatta apprezzare soprattutto nel Preludio e nelle altre pagine orchestrali; bene anche il  Coro Lirico Marchigiano ‘Bellini’, a parte un paio di lievi sfasamenti ritmici con l’orchestra. Il pubblico ha apprezzato l’allestimento, e ha rivolto molto applausi soprattutto alla protagonista femminile, che è una gloria locale.

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