Al Maggio una Trilogia tra luci e ombre

Festeggiata la musica, contestata la messinscena per Trovatore, Rigoletto e Traviata al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino con Fabio Luisi sul podio

Traviata (foto Camilla Ricco - Terraproject - Contrasto)
Traviata (foto Camilla Ricco - Terraproject - Contrasto)
Recensione
classica
Maggio Musicale Fiorentino, Firenze
Trilogia popolare
13 Settembre 2018 - 30 Settembre 2018

Ottimo successo per la musica, non altrettanto per la messinscena... ma ristabiliamo la giusta graduatoria d’importanza, e dalla musica cominciamo, per riferire della Trilogia Popolare verdiana, partita con Rigoletto il 15 settembre e  ancora in scena fino al 30 al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Indubbiamente, per noialtri del pubblico fiorentino “storico” e di lunga memoria, l’elemento più interessante era Fabio Luisi sul podio, giacché il direttore principale dell’Orchestra del Maggio, in carica come tale solo da pochi mesi, andava per la prima volta a Firenze ad affrontare in questo ruolo il Verdi più popolare, il repertorio per antonomasia, sul podio che era stato di Muti e di Mehta (in realtà aveva già diretto nel vecchio Teatro Comunale il Rigoletto con la regìa di Graham Vick).

Ma Luisi è uscito, ci sembra, vincente da questa scommessa, ammesso e non concesso che la vivesse come tale. In particolare ci ha consegnato un Trovatore molto bello, scattante e fiammeggiante nei momenti giusti e opportunamente misterioso e notturno in altri, compatto, incisivo, convincente. Ma anche negli altri due titoli della Trilogia ha fatto valere le sue idee e la sua visione, e anche quando questa non ci trova pienamente d’accordo, ad esempio nell’attitudine assai contemplativa e lirica di certi passi di Traviata (a cui non mancava peraltro la giusta febbre in altri momenti), abbiamo avuto la prova di una corrispondenza fra intenzione, gesto e risposta dell’orchestra e del palcoscenico, in sostanza dell’ottenere ciò che si vuole, che è la migliore dimostrazione che un direttore ha le carte in regola, perché poi la visione è la sua, l’importante è che riesca a comunicarcela.

Massimo Cavalletti (Il Conte di Luna) (C)  Pietro Paolini-TerraProject-Contrasto
Foto di Pietro Paolini - TerraProject - Contrasto

Sempre a Luisi si devono alcune scelte strategiche nel casting, come quella di aver affidato il ruolo di Rigoletto a un baritono norvegese, Yngve Søberg, giovane per la parte e da poco uscito dal comprimariato e poco più (lo stesso Luisi lo ha scelto dopo averlo sperimentato a Zurigo come Araldo nel Lohengrin), una bella sfida rivelatasi vincente per la generosità e la presenza vocale e scenica di questo cantante, oltre che per la sua pronuncia scolpita e perfetta. Sempre nel Rigoletto, come Duca di Mantova, un venticinquenne peruviano, Iván Ayón Rivas, parecchio esuberante e per ora un po’ gigione, ma lasciamogli il tempo, anche questa ci sembra una scommessa vincente. In Trovatore, accanto a Piero Pretti, Manrico oramai sperimentato in molti teatri, e a Jennifer Rowley, Leonora di bellissima voce di lirico pieno forse già proiettata verso ruoli di altra natura (infatti fa e farà Tosca e Adriana Lecouvreur), la vera sorpresa era la straordinaria e potente giovane Azucena di Olesya Petrova. In Traviata, ovviamente, accanto al valido Alfredo di Matteo Lippi, qui già apprezzato nelle ultime stagioni, l’attesa era tutta per Zuzana Marková, Violetta forse un po’ algida per i gusti del pubblico italiano, o forse orientata su una linea non-callasiana di intimismo e di espressione più discreta, comunque di tecnica impeccabile e di un’eleganza personale e scenica perfettamente in linea con la messinscena.

E con questa parola, messinscena, veniamo alle dolenti note, non senza aver citato gli altri interpreti dei ruoli principali nei tre diversi cast, cast, nel complesso, ben preparati, disciplinati e attenti al gesto: Jessica Nuccio, Gilda, Massimo Cavalletti, il conte di Luna, Gabriele Sagona, Ferrando, Giuseppe Altomare, Germont, Ana Victoria Pitts, Flora.

Dolenti note, dicevamo. Che poi tanto dolenti non sarebbero state, perché l’idea unitaria di fondo, il progetto drammaturgico di Francesco Micheli, che firmava anche la regìa, ci è parsa buona: fondali in bianco, rosso e verde per ribadire il legame con un momento della storia di un’Italia in formazione, un impianto scenico modulare di geometrie praticabili (firmava le scene Federica Parolini) mosse a vista (alla maniera dei grueros della Fura dels Baus che in questo ha fatto scuola) a evocare con scorrevolezza interni ed esterni, castelli, conventi, case-tabernacoli luoghi della sacralità della famiglia (la casa di Rigoletto e Gilda), spesso con invenzioni in sé pregnanti e azzeccate, come il carro da processione illuminato dai ceri riservato ad Azucena, donna in qualche modo sacra per il suo misterioso commercio con l’oscuro, ma anche, quel carro, presentimento del rogo. E anche la grande coppa di champagne in cui viene issata Violetta non ci è dispiaciuta. Però tante, troppe cose ci sono sembrate fuori luogo e un po’ cervellotiche, come la grande scaffalatura stile Ikea dove i cassetti rappresentavano “il passato”, le memorie, gli antefatti, gli antichi affetti, e potete capire che uso ne è stato fatto in Rigoletto e Trovatore, di questi cassetti da cui si tiravano fuori le vecchie storie, e in Traviata ci ha fatto addirittura l’arrampicata Violetta per il suo “addio al passato”. Inspiegabile il baule a rotelle anziché il solito sacco per Gilda, chissà perché…   Belli i costumi (Alessio Rosati), dalle splendide armature del Trovatore agli abiti di Violetta e Flora in Traviata,  haute-couture che di più non si può, fra New Look alla Dior e abiti-opera-d’arte alla Roberto Capucci, belle le luci (Daniele Naldi), e buona in sé, a non abusarne, anche l’idea di imperniare ciascuna delle tre opere su un oggetto simbolo dell’apparenza, di ciò che è fittizio, e/o della finzione teatrale, la maschera, ovviamente, in Rigoletto, i pupi siciliani per il romanzo popolare del Trovatore, le bambole per Traviata, con alcune belle soluzioni, come le bambole-cortigiane trascinate nella ridda della danza del primo atto di Traviata.

Trilogia Teatro del Maggio - Foto di Pietro Paolini - TerraProject - Contrasto
Foto di Pietro Paolini - TerraProject - Contrasto

Ma poi, dal concetto alla realizzazione, dalle elucubrazioni del Dramaturg al lavoro del regista, ce ne passa, e ciò che succede nella regìa di Micheli è il costringere un giovane baritono che esordisce come Rigoletto a fare i suoi grandi monologhi imbrigliato in un gioco molto poco spontaneo, anzi, ribadiamo, un po’ cervellotico, di mosse per evidenziare le maschere (anche la gobba è una maschera, anzi un mascherone) di cui il suo costume è cosparso, e veniva voglia di gridare: “La maschera e il volto… abbiamo capitoooo !”. E poi, non si dovrebbe casomai cercare di rendere un minimo intelligibile al pubblico nuovo, che è il target privilegiato attuale di questo teatro (a ragione e con successo: teatro sempre pieno e festeggiante) ciò che succede a casa di Rigoletto, tipo minuzie come il rapimento di Gilda? Il pubblico deve venire che già sa e non aspettarsi affatto che gli siano fatte vedere le cose che succedono, bramando solo astrazioni, simboli, “concetti”? Siamo ancora alla polemica contro il teatro naturalista? Ci sembrava sorpassata.

Più che sorpassate e molto stridenti con l’ironia tragica verdiana le mossette e quadriglie del coro dei cortigiani in Rigoletto, eredità del Rossini alla Jean-Pierre Ponnelle che ci sembra consumata da un pezzo, lasciatecelo finalmente dire, e poi Rossini è una cosa, Verdi un’altra. Il Rigoletto, da questo punto di vista delle pecche registiche, è stato la cosa peggiore, nel Trovatore tutto è stato più lineare, quel Ferrando-Giuseppe Verdi-manovratore di pupi bastava non guardarlo, in Traviata invece Micheli è andato giù pesante con il didascalismo protratto dell’intera famiglia Germont che è in scena nel secondo atto, la “bella siccome un angelo” e “l’amato e amante giovine” che stanno lì seduti a una tavola, simbolicamente a rappresentare il ricatto morale, di fatto non si capisce bene perché, bastano le parole di Germont a spiegarci la faccenda, o no ? Peccato davvero, perché a dosarle appena un po’ meglio molte di queste idee (non le “ponnellate”, non gli eccessi didascalici da horror vacui registico)  avrebbero potuto funzionare, se messe a fuoco meglio. 

Ma ecco che abbiamo finito ancora una volta, come i recensori di fatto sono costretti da diversi decenni, a parlare più dello spettacolo che della musica. Non ci pensate: quello che vince, all’opera, è la musica. Infatti, se si eccettuano le fischiate finali all’uscita del regista, il successo è stato grandioso, con particolare calore all’indirizzo del direttore, Fabio Luisi, e dal teatro siamo usciti contenti.

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