U.S. Girls da Kafka a Springsteen

La pesantezza lieve di Meghan Remy nel nuovo lavoro come U.S. Girls, Heavy Light

US GIRLS Meghan Remy
Disco
pop
U.S. Girls
Heavy Light
4AD
2020

Eravamo rimasti ammirati, un paio di anni fa, dal pop formato #MeToo di In a Poem Unlimited, disco di svolta per la statunitense in Canada Meghan Remy, in arte U.S. Girls, in precedenza solita ad avventurarsi in aree sonore più impervie. Curioso che ora, nel settimo album edito con quell’intestazione, ricicli tre brani del repertorio antecedente adattandoli al nuovo assetto formale «per mostrare i miei vecchi trucchi bizzarri» al pubblico acquisito in epoca recente, dice lei. Si tratta di “State House (It’s a Man’s World)”, da U.S. Girls on KRAAAK del 2011, la cadenza stile Spector del quale viene qui enfatizzata, il conclusivo “Red Ford Radio”, in origine su Go Grey del 2010, impressionante filastrocca marziale resa nella circostanza meno elettronica e più dinamica, e “Overtime”, presente nell’Ep del 2013 Free Advice Column: storia di alcolismo domestico (“Ogni volta che vedo la tua tomba, non posso evitare di pensare a come non mi fossi accorta che bevevi durante gli straordinari”), mutata in incalzante canzoncina dall’aroma soul con finale in crescendo animato dal sassofono di Jake Clemons, che ha preso il posto del defunto zio Clarence nei ranghi dell’E Street Band di Springsteen.

In qualche modo alludono al passato anche i tre sketch narrativi che punteggiano la sequenza: montaggi a collage delle risposte date dai collaboratori impegnati nello studio Hotel2Tango di Montreal alla realizzazione dell’opera, una ventina in tutto, a domande riguardanti «consigli per l’adolescenza», «ciò che fa più male» e «il colore della stanza dell’infanzia».

Benché abbiano peso specifico relativo, quei brevi episodi contribuiscono a conferire al lavoro un tono introspettivo, confermato del resto in un’intervista dall’autrice: «Penso che l’introspezione sia uno strumento che dovrebbe essere costantemente affilato». E a proposito di oggetti da taglio, il titolo riprende un aforisma di Franz Kafka: «Una fede lieve e pesante come la mannaia di una ghigliottina».

Definito così il quadro psicologico, badiamo all’effetto musicale, che ondeggia fra l’intimismo di “IOU”, malinconica ballata a un passo dal gospel (“Non hai scelto di nascere, né ho mai conosciuto nessuno che lo abbia fatto, non ho mai conosciuto bambini con un piano di sopravvivenza”), e il trasporto spirituale alla Patti Smith di “Born to Lose”, guarnita da vibrafono e contrabbasso, alternando alla modalità confessionale di “Woodstock ’99”, dove con fascino retrò la protagonista rievoca le sensazioni provate guardando in televisione il disastroso sequel organizzato per il trentennale del festival per antonomasia, l’esuberanza ritmica di “And Yet It Moves/Y Se Mueve”, latina per una parte del testo e l’andamento da rumba.

Ad aprire le danze, in verità, era stata già all’inizio “4 American Dollars”, che su moderato slancio disco articola un discorso sulle diseguaglianze economiche: “Spostando cifre da un conto all’altro, custodendo segreti in fondi offshore”, mentre “non puoi fare molto con quattro dollari americani”.

Nell’insieme meno immediato e pungente di In a Poem Unlimited, Heavy Light conferma comunque il talento speciale delle “ragazze statunitensi”.

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