Tim Hecker, ritorno in Giappone

Il produttore canadese Tim Hecker completa con Anoyo il “ciclo giapponese” aperto da Konoyo

Anoyo - Tim Hecker
Disco
pop
Tim Hecker
Anoyo
Kranky
2019

Come già avvenuto nel 2011, quando diede seguito a Ravedeath, 1972 con Dropped Pianos, il 44enne artista canadese Tim Hecker propone a otto mesi di distanza da Konoyo un sequel realizzato attingendo alle medesime fonti.

Tim Hecker, un canadese a Tokyo

Si tratta in ogni senso di opere complementari, dunque necessariamente differenziate sin dal titolo: se allora equivaleva a “questo mondo”, adesso significa “il mondo laggiù”. Una deriva espressa in modo esplicito nel terzo episodio dei sei che compongono la raccolta, “Step Away from Konoyo”, contraltare dell’“Across to Anoyo” incluso nel disco precedente: un rarefatto esercizio ambient in cui gli strumenti arcaici dell’ensemble Tokyo Gakuso, specializzato nelle musiche tradizionali di corte dette gagaku, sono pressoché impercettibili.

Altrove risultano invece riconoscibili, ancorché filtrati da Hecker attraverso le apparecchiature elettroniche: ad esempio nell’iniziale “That World”, introdotto da un arpeggio della sorta di liuto chiamata biwa e punteggiato poi dal suono delle ance (il flauto traverso ryuteki e l’oboe hichiriki) su un fondale etereo di archi artificiali.

Oppure nel successivo “Is But a Simulated Blur”, scosso dalla cadenza greve del tamburo uchimono, che rende l’atmosfera inquieta. La dialettica fra civiltà tanto distanti – in termini geografici, cronologici e acustici – è al tempo stesso sconcertante e suggestiva, in misura persino maggiore rispetto all’album gemello, nel quale il contenuto tecnologico finiva per inscrivere l’insieme: qui viceversa le timbriche hanno profilo più organico e scarno, benché quasi ovunque entrino in relazione con la sfera digitale. È anzi nei momenti in cui il dialogo fra i due elementi diviene fluido che Anoyo raggiunge l’apice: nell’astrattismo da futuro anteriore di “Into the Void” o nel solenne epilogo tratteggiato in “You Never Were”, dove l’eco di un remoto passato del Giappone imperiale si riverbera in uno spazio lacerato da interferenze avveniristiche.

In sé non altrettanto essenziale, Anoyo integra comunque in maniera adeguata il discorso aperto da Konoyo e trova in ciò la propria ragion d’essere.

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