Requiem per un sopravvissuto

IT è il disco postumo di Alan Vega, scomparso un anno fa

Alan Vega IT
Disco
pop
Alan Vega
IT
Fader
2017

Se n’era andato il 16 luglio 2016, morendo nel sonno all’età di 78 anni. Molto oltre quanto potessero prevedere i bookmaker dei necrologi, considerandone i trascorsi. Altro che Lou Reed o Nick Cave: era lui il Principe dei Tossici.

All’epoca dei Suicide (un nome, un programma), in coppia con l’altrettanto infognato Martin Rev, metteva in scena un caos direttamente proporzionale al proprio disordine esistenziale. E tuttavia era un genio. In origine artista visivo, nella New York anni Sessanta, e poi – dal decennio seguente – cantante e performer, tipo un Elvis proiettato nell’iperspazio a bordo del Rocket U.S.A., quando i Kraftwerk percorrevano l’Autobahn o al massimo viaggiavano nei vagoni del Trans-Europe Express.

Minimo denominatore comune: il suono elettronico. Pop, nel caso dei tedeschi: punk per gli americani. Perciò sembravano creature dell’altro mondo. Dopo di che, sopravvissuto al “suicidio”, indossò panni da rocker per intonare da solista “Jukebox Baby”: canzoncina perversa capace di fare il botto in Francia a 45 giri nel 1981. Con il tempo si era defilato via via dal proscenio, benché avesse ricostituito per un certo periodo il duo insieme a Rev (frattanto onorato addirittura da Springsteen con una cover di “Dream Baby Dream”), rarefacendo anche la produzione discografica (a precedere questo lavoro postumo, esattamente dieci anni fa, era stato Station).

Non è che ci fossero dunque chissà quali aspettative intorno a IT, portato a compimento dalla compagna Elizabeth Lamere, sua partner artistica da quasi un trentennio. Invece è un album sensazionale per energia, convinzione e ferocia. Comincia in modo minaccioso con “DTM”, acronimo di Death To Me, tanto per intendersi, e prosegue martellante e inesorabile fino all’urlo terrificante che apre “Screamin Jesus” (un vero benvenuto all’inferno) e al furore implacabile di “Motorcycle Explodes”.

Solo approssimandosi all’epilogo molla un po’ la presa: il mantra industriale di “Prayer” (“Ho cicatrici ovunque, è successo prima, per strada, sul palco, e succederà ancora”, recita il testo) e il thriller ambient della conclusiva “Stars” danno la sensazione che il vecchio Alan avesse piena consapevolezza della fine imminente. Nessuna paura, però: come aveva sfidato la vita, lo stesso deve aver fatto con la morte.

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