Mehldau dai profeti a Trump

Brad Mehldau e il suo nuovo album Finding Gabriel, sperimentale mescolanza di stili che dall'Antico testamento arriva all'oggi

Brad Mehldau - Finding Gabriel
Disco
jazz
Brad Mehldau
Finding Gabriel
Nonesuch
2019

Brad Mehldau ha dichiarato di aver ideato molte delle composizioni di questo suo ultimo, suggestivo e policromo album Finding Gabriel a partire dall’utilizzo di uno speciale strumento a lui nuovo, ovverosia il sintetizzatore analogico polifonico OB-6. 

Uno strumento dal distintivo, diafano, lattiginoso, tratto sonoro, con uno spettro timbrico simile a quello di armonizzate e fantasmatiche vocalizzazioni umane, che il pianista americano alterna con eleganza all’uso di pianoforti acustici ed elettrici, come il liquido Fender Rhodes (in "O Ephraim", per esempio) o un altro magico synth in grado di imitare il caratteristico volatile suono del theremin (nella più politica, antitrumpiana, "The Prophet Is a Fool)"; e poi organi, xilofoni e quant’altro, non dimenticando l’insolito ricorso, da parte dello stesso Mehldau, all’espressività della propria voce.  

Un Mehldau che sembra alla ricerca di spiegazioni: i tempi sono travagliati, scarsamente leggibili, meglio provare a rintracciare qualche risposta nelle sacre scritture. 

Le composizioni di Finding Gabriel, infatti, sono state tutte ispirate da una lettura attenta delle fonti dell'Antico Testamento – Daniele, Osea, Salmi, Ecclesiaste e Giobbe: Gabriele è l’angelo profeta, l’annunciatore delle nascite di Giovanni Battista e Gesù, la mano sinistra di Dio, si dice nella Bibbia, pura espressione della potenza divina. 

A contribuire a quest’opera affascinante, così influenzata dal mistero escatologico della parola divina, sono intervenuti molti ospiti illustri: dal pirotecnico trombettista Ambrose Akinmusire alla violinista Sara Caswell; dall’infervorato sassofonista Joel Frahm all’effervescente batterista Mark Guiliana (entrambi già collaboratori di Mehldau); dai valorosi vocalist Becca Stevens (preziosa la sua presenza), Kurt Elling e Gabriel Kahane (si ascoltino in "Make It All Go Away"), a piccole svisate sezioni di archi e fiati. 

Oltre alla sperimentale, coinvolgente, del tutto armoniosa, giustapposizione di differenti linguaggi musicali – jazz, jazz rock, prog rock (si ascolti la title track), elettronica (come nel quasi kraut di "Proverb of Ashes"), novecento contemporaneo (a tratti vengono in mente certe allucinate voci beriane, come in "Striving After Wind"), echi di polifonia antica, hook pop (l’ouverture "The Garden" comincia proprio come un brano dei Radiohead) – quel che più sorprende nell’album è l'utilizzo delle voci, considerate come veri e propri strumenti musicali (si ascolti la meravigliosa "Born To Trouble", a richiamare il sognante Burt Bacharach dello storico Butch Cassidy), come a configurare una sorta di chiamata a raccolta di anime e spiriti volenterosi, per meglio affrontare, in alleanza e comunione, le odierne indecifrabili avversità. 

Qualunque cosa preoccupi Brad Mehldau sembra evidente che lo stia finalmente allontanando dal suo proverbiale (se non scontato, per quanto accattivante), “epistrofico”, minimale, melodismo; o dalla sua (ormai paludata) maestria nello sviscerare segreti e dinamiche del piano trio, per condurlo verso altri lidi, ad esplorare nuovi (in primis per lo stesso Mehldau), imprevedibili ed intriganti territori di confine. Da non perdere. 

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