L'harpcore di Cecilia

Cupid’s Catalogue è il secondo disco dell'arpista e cantautrice Cecilia

Cecilia - Cupid's Catalogue
Cecilia (foto di Carlotta Sillano)
Disco
pop
Cecilia
Cupid’s Catalogue
The Goodness Factory / Qui Baseluna
2019

Ogni tanto ci si imbatte in un progetto un po’ diverso dai canoni del famigerato indie pop che impera ovunque (e che, ormai svuotato di ogni connotazione alternativa, altro non è che uno stile di suono, un certo modo di raccontare storie, dentro il grande calderone del pop italiano). È il caso di questo Cupid’s Catalogue, secondo lavoro della giovane cantautrice e arpista Cecilia (al secolo Cecilia Lasagno), di base a Torino. In giro da qualche anno (l’abbiamo vista l’anno scorso sul palco di Sanremo nella band di Max Gazzè), Cecilia sembra aver infine trovato con Cupid’s Catalogue una sua cifra artistica originale. 

Cupid’s Catalogue è un disco “organico” d’altri tempi, che fila via liscio e leggero nei suoi appena 31 minuti (evviva i dischi brevi, che finiscono e ti viene voglia di farli ripartire). Ci sono sintetizzatori, suonati da Fabio Rizzo (anche alla produzione) e percussioni, a cura di Alan Brunetta (Lastanzadigreta). E poi, qui e là, archi (violino, viola e violoncello, suonati da Giulia Bachelet e Alice Ghiretti), un fagotto (Carlo Alberto Meluso), l’organo di Carlotta Sillano, qualche seconda voce (Elisa Fagà). 

Certo, l’elemento che ruba l’occhio (e l’orecchio) nel ruolo di strumento principale è – ovviamente – l'arpa, che Cecilia usa come strumento di accompagnamento, raramente come solista. L’arpa – in sostanza – fa quello che fa la chitarra nella maggior parte degli album, ma lo fa in modo diverso: per il timbro, ma anche per la possibilità di suonare accordi lontani da quelli a cui siamo abituati in buona parte del folk-pop acustico. Il risultato è che tutto il disco è come ammantato da una eeriness insieme affascinante e perturbante, che scarta dalle armonie più comuni e porta le canzoni su un diverso binario. 

I testi – un catalogo di storie d’amore non particolarmente liete (come sono gran parte delle grandi storie d’amore ) – si inseriscono perfettamente nel mood (ascoltate in particolare la conclusiva “Vita Sackville-West”, dedicata all’amante di Virginia Woolf), così come un certo gusto per le ballate gotiche ("The Hut") e per i valzer melancolici (l'iniziale "Too Much Love Too Soon"). Il tutto è però virato decisamente verso il pop, con una certa attenzione alla bella melodia, al tema cantabile ("Maine", per esempio, che ha qualcosa di Sufjan Stevens).

Dal vivo – per completare il quadro – vengono poi anche fuori certe idee "prog" che nel disco rimangono un po' in secondo piano, facilitate dalla formazione a due (oltre all'arpa, le percussioni di Alan Brunetta) e dalla necessità di variare la palette dei suoni. La scelta di suonare come cover "750.000 anni fa... l'amore?" del Banco del Mutuo Soccorso vorrà pur dir qualcosa.

Parallelismi? In Italia, viene in mente l’ultimo disco di Carlot-ta (Carlotta Sillano, qui ospite e che con Cecilia ha condiviso un progetto in duo); e poi una certa canzone americana: verrebbe da dire Joanna Newsom per l’arpa, ma siamo più dalle parti di quel pop malinconico del citato Sufjan Stevens, o di Sharon Van Etten, Laura Veirs, Feist…

«Che genere faccio?», si chiede Cecilia, come molti musicisti che faticano a riconoscersi in questa o quella etichetta: indie, folk, pop, harp pop. O forse – vista l’emotività in gioco – direttamente harpcore

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