The Last Hurrah!!, dalla Norvegia a Los Angeles

Il nuovo lavoro dei The Last Hurrah!! è dedicato a LA, su commissione del Vossa Jazz Festival

The Last Hurrah!! - Los Angeles
Disco
jazz
The Last Hurrah!!
Los Angeles
Rune Grammofon
2018

Di questo disco dei The Last Hurrah!!, nato su commissione del Vossa Jazz Festival, per un evento in programma lo scorso aprile proprio nella cittadina di Voss nella Norvegia occidentale, dedicato al musical heritage losangelino, colpisce immediatamente la pregevole fattura, grazie a una manciata di magnetiche accattivanti canzoni splendidamente scritte, suonate, arrangiate, prodotte (merito anche del coproduttore e ingegnere del suono Jason Hiller). 

Il norvegese HP Gundersen, nativo di Bergen, raffinato chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore, non è nuovo ad eleganti e metafisiche riflessioni sull’american sound, come già avvenuto nel precedente Mudflowers, incentrato sulla storica scena country rock e psichedelica californiana. 

Qui però, ad essere rievocato fantasmaticamente è un certo modo di produrre il suono, che sul finire degli anni Sessanta, proprio a Los Angeles, con per esempio produttori del valore di David Axelrod (ma non solo), aveva cominciato (forse per la prima volta) a mettere armonicamente in relazione sofisticato pop, soul, jazz, r&b e rock, magari a partire dai sonetti di William Blake o dal jazz soul di Cannoball Adderley, il cui storico acclamato live Mercy, Mercy, Mercy fu (per esempio) da Axelrod prodotto alla Capitol nel 1967. 

Oltre al risultato d’assieme, diafanamente barocco (potremmo dire), come potrebbe piacere ad un etereo Van Dyke Park, figlio di un proficuo e rilassato collaborare tra tutti i componenti di una band nutrita e di alto livello tecnico espressivo (con, tra gli altri, oltre a Gundersen, il bachiano John “JT” Thomas all’organo hammond, Bjorn Stæther alla batteria, Sam Fossbakk a discreti sintetizzatori e David Vogt al violino), a dar maggior lustro, a conferire ancor più autorevolezza all’intera operazione, sono la suadente fumosa o nebulosa voce contralto di Maesa Pullman (a tratti lontanamente rievocante una più ”educata” Billie Holiday oppure una Nancy Sinatra ancor più studiatamente evanescente), artefice per altro di tutte le liriche, incentrate sulle complessità dell’amore nel 21° secolo; e poi gli infervorati straordinari solo di Jon Irabagon al sax tenore, cresciuto a Chicago e poi realizzatosi a New York, che si conferma tra gli assoluti talenti ed interpreti dell’attuale panorama jazzistico internazionale (la sua chiusa di "The Story", regale traccia d’apertura, è tra le cose più belle e ispirate dell’anno, a ricordare, in effetti, come da un lontano oblò spaziale affacciato sulla terra, anche se non meno visceralmente, l’indimenticato sax tenore – dalla voce “alta” – di Cannonball Adderley). 

Ma nel complesso, se dovessimo trovare un’adeguata definizione per quest’ultima intrigante realizzazione dei The Last Hurrah!!, per questa loro ultima pregevole configurazione sonora, è un ossimoro decisamente inflazionato purtroppo, ma nell’occasione quanto mai azzeccato: ghiaccio bollente.

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