L'addio di Richard Swift

Fra malinconia e humour, l'ultimo disco dello statunitense Richard Swift, morto il 3 luglio scorso a 41 anni

Richard Swift - The Hex
Disco
pop
Richard Swift
The Hex
Secretly Canadian
2018

Uscito sulle piattaforme digitali tre mesi fa, è ora disponibile anche come oggetto fisico l’ultimo lavoro dell’artista statunitense Richard Swift. Letteralmente, “ultimo”: Swift è morto il 3 luglio scorso, appena quarantunenne, ucciso da un’epatite dovuta all’abuso di alcol. Il senso della fine pervade il disco, a cominciare dal titolo, che allude a un “maleficio”. In coda a “Sept20”, elegiaca ballata di chiusura, Swift dice ad esempio: “Tutti gli angeli cantano ‘Que Sera, Sera’”, quasi volesse congedarsi dai suoi cari e dal mondo intero.

Il tono non è affatto disperato, però. In “Dirty Jim”, mentre contempla la propria condizione (“Non so se riesco a farcela, ogni colore adesso è livido”), imbastisce al piano una cadenza honky tonk dallo scanzonato sapore vaudeville. E quando in “Wendy” ripensa alla madre, scomparsa da poco, lo fa con impudente leggerezza pop, citando Phil Spector nel coretto Sixties “da doo ron ron”. Ed è appunto il modo in cui una sorta di humour disincantato tempera la malinconia a definire l’identità emotiva dell’opera, carica di un pathos mai melodrammatico.

In tutto questo, va considerato il valore artistico espresso da The Hex. Musicista e produttore apprezzatissimo nel circuito indipendente d’oltreoceano (ha fatto parte per qualche tempo degli Shins e rafforzato dal vivo l’organico dei Black Keys, fra le tante cose), Richard Swift aveva scelto per sé un ruolo appartato, rifugiandosi nel piccolo studio di registrazione National Freedom da lui stesso allestito in Oregon. Per certi versi manierista, nell’approccio ad alcuni archetipi della tradizione americana del Novecento (Randy Newman e Harry Nilsson per la scrittura, Todd Rundgren nell’essere tuttofare di genio), riusciva a evitare comunque la leziosità. Lo dimostrano qui l’orchestrazione lounge intorno alla sua voce in falsetto nell’episodio che apre e dà nome alla raccolta, la sensazione da Motown futurista di “Broken Finger Blues” e l’elegante strumentale dall’aroma vintage nel quale si rende omaggio – fin dall’intestazione: “HZLWD” – a Lee Hazlewood, il Gainsbourg a stelle-e-strisce.

Potrà sembrare retorico affermare che si tratta del suo album migliore, ma è davvero così.

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