La svolta di ANOHNI

Nel nuovo disco con i ricostituiti Johnsons, ANOHNI cambia la musica, non l’impegno

Anohni
Disco
pop
ANOHNI and The Johnsons
My Back Was a Bridge for You to Cross
Rough Trade
2023

In apparenza, una retromarcia: ANOHNI ha ricostituito dopo 13 anni la band che aveva avuto accanto al principio della carriera, benché con strumentisti differenti.

A ciò corrisponde inoltre un’inversione di rotta in termini di suono, compiuta accantonando l’avventurosa elettronica di Hopelessness, il disco precedente, uscito nel 2016: apprezzato dalla critica ma incompreso sul piano commerciale. A raggruppare i nuovi Johnsons, nome scelto in onore di Marsha P. Johnson, drag queen e pionieristica attivista LGBQT+, raffigurata sulla copertina di My Back Was a Bridge for You to Cross, è stato il produttore e chitarrista scozzese Jimmy Hogarth, nel cui curriculum spiccano collaborazioni con Amy Winehouse e Suzanne Vega: a lui si deve il carattere musicale dell’opera, ispirato – a detta della protagonista – dal sempreverde di Marvin Gaye What’s Going On.

L’impronta classica degli arrangiamenti è evidente già nell’iniziale “It Must Change”: squisita ballata vecchio stile nella quale ANOHNI sfodera il caratteristico vibrato e allude agli effetti della crisi climatica (“Muri che crollano e piombo, il fuoco sta cancellando l’olio dalle pietre, il tuo Dio ti sta deludendo, regalandoti l’inferno”), simboleggiati nella sequenza d’apertura del video dalle immagini degli incendi in California.

Insistono sul medesimo soggetto altri episodi, ad esempio “It’s My Fault”, dove – sorretta dalla trama raffinata di una chitarra al gusto di jazz – canta: “È colpa mia, il modo in cui ho distrutto la Terra, l’acqua muore, adoro le bugie”. Varia l’ambientazione, vagamente folk in questo caso, ma non l’argomento in “That Wasn’t Enough”, sofferto madrigale culminante nella descrizione degli istinti predatori che ci hanno condotto sull’orlo del baratro: “Cuori affamati per mani affamate, afferra la Terra, toglile la vita, incatena la sua vita”.

Trae le conseguenze il brano successivo, “Why Am I Alive Now?”, adagiato su un tessuto sonoro arricchito da pianoforte, archi e percussioni: “Guardare la natura che sonnecchia e sospira, guardare tutta l’acqua prosciugarsi, guardare il cielo cadere sulla Terra, uccelli e insetti in cerca di un nascondiglio, perché sono vivo a guardare tutta questa sofferenza?”.

Quel filo conduttore è intrecciato a una poetica del privato che indugia su amici e compagni perduti: “Can’t” descrive il vuoto lasciato dalla scomparsa di una persona cara (“Non mi piace questo posto, non posso stare a lungo senza vedere il tuo viso, ti voglio ora, qui vicino a me”) con uno slancio emotivo da crescendo gospel, mentre sullo sfondo aleggia il sax maneggiato da William Basinski. E dall’accorato “Sliver of Ice” affiora in controluce il ricordo di una conversazione avuta con Lou Reed – suo nume tutelare agli esordi – poco prima della morte: “Ora che me ne sono quasi andato, una scheggia di ghiaccio sulla lingua, nella notte del giorno, ha un sapore buonissimo”.

E c’è poi l’eco persistente delle discriminazioni subite in gioventù, nel crudo haiku di “Go Ahead”, con voce enfatica e tagliente chitarra elettrica (“Sei determinato a farmi fuori, non ti fermerò, vai avanti e brucia tutto”), e in “Scapegoat”, conturbante ritratto di una vittima sacrificale (“Sei fatto per essere ucciso, niente di personale, è solo il modo in cui sei nato e in questa società un capro espiatorio è tutto ciò che io posso essere”), insieme all’idea di “sorellanza” espressa in “You Be Free”, capolinea dell’album contenente il verso che gli dà titolo (“La mia schiena era un ponte da attraversare”): “Ho danzato in tempi violenti, vivere era difficile, per me era il momento di dare”, racconta rievocando il passato, quando era ancora Antony Hegarty.

A dispetto dell’orchestrazione tradizionalista, My Back Was a Bridge for You to Cross riafferma dunque l’attitudine rivoluzionaria del personaggio: è la prosecuzione della lotta con altri mezzi. «Obiettivo di questo disco è fornire una specie di schema per affrontare alcune verità dolorose in cui tutti siamo immersi», ha spiegato a “The Guardian”.

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