Il piano ecologico di Lubomyr Melnyk

Nel nuovo lavoro per Erased Tapes Lubomyr Melnyk dà voce alla Natura

Lubomyr Melnyk - Fallen Trees
Lubomyr Melnyk (foto di Alex Kozobolis)
Disco
oltre
Lubomyr Melnyk
Fallen Trees
Erased Tapes
2018

“Non c’è nulla di più vitale di un albero morto”, si legge in un articolo di “Die Zeit” sulle foreste vergini della Romania, ripreso in questi giorni da “Internazionale”. Affermazione in sintonia con ciò che ha detto Lubomyr Melnyk, settantenne compositore e pianista di origine ucraina, a proposito degli “alberi caduti” cui ha dedicato – ripensando a quanto visto dal finestrino di un treno durante un viaggio attraverso l’Europa – il suo nuovo lavoro: “Benché fossero stati uccisi, non erano morti”.

La suite in cinque movimenti che costituisce metà dell’opera e le dà titolo – Fallen Trees – è una sorta di elegia ambientalista, dal vorticoso incipit di “Preamble” all’epilogo – “Not Forgotten” – d’impronta quasi “massimalista”, avendo climax nell’episodio centrale, “Apparition”, nel quale allo strumento principale si uniscono un bordone di violoncello ricamato da Anne Müller, sovente al fianco di Nils Frahm, e il moltiplicarsi corale della voce dello statunitense David Allred.

Una novità, rispetto alle consuetudini del protagonista, votato in genere all’azione solitaria: così è pure nell’iniziale “Requiem for a Fallen Tree”, dove al tipico arpeggio torrenziale del piano è sovrapposto il canto angelico della vocalist giapponese Hatis Noit. Tutti artisti affiliati all’etichetta londinese dei “nastri cancellati” (Erased Tapes), nei cui ranghi Melnyk ritorna dopo un’incursione nel catalogo Sony Classical con il precedente Illirium (2016): atto riparatore, quest’ultimo, da parte di un mondo accademico in passato diffidente (“Per loro sono come un cane che fischia”, commentò ai tempi l’interessato con ironia).

Frattanto la sua reputazione è cresciuta, anche in virtù dello specchietto per allodole rappresentato dalla proverbiale velocità di esecuzione (14 note al secondo in media, con picchi di 19: roba da Guinness dei primati), amplificata dall’uso insistito del pedale di risonanza: un mezzo – anziché un fine – per dare forma alla nozione di “musica continua”, da lui concepita durante la bohème parigina degli anni Settanta, quando si trovò a collaborare con la coreografa Carolyn Carlson e cercò di tradurre in suono le movenze plastiche dei ballerini, seguendo la propria ispirazione e improvvisando in maniera spontanea. Da allora sono trascorsi quattro decenni abbondanti e il suo linguaggio si è approfondito e perfezionato, situandosi in un’area espressiva che sta fra Chopin (qui “Son of Parasol” sembra una sonata del polacco dentro un acceleratore di particelle) e il Keith Jarrett del Köln Concert (il quarto capitolo di “Fallen Trees”, “They Are Down”). Un’esperienza d’ascolto emotivamente intensa, dunque.

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