Il Laudario di Cortona secondo Fresu e Di Bonaventura

Una rilettura lirica, a cura della coppia Paolo Fresu - Daniele Di Bonaventura, con le voci di Armoniosoincanto dirette da Franco Radicchia

Laudario di Cortona - Altissima Luce - Paolo Fresu - Daniele Di Bonaventura
Daniele Di Bonaventura e Paolo Fresu (foto di Roberto Cifarelli)
Disco
jazz
Paolo Fresu / Daniele Di Bonaventura
Altissima Luce - Laudario di Cortona
Tûk Music
2019

Dopo essere stato presentato dal vivo per la prima volta a Umbria Jazz nel 2016 e successivamente riproposto nei principali festival italiani e in diverse città (per lo più all’interno di significativi luoghi di culto), il progetto Altissima Luce, certamente una delle produzioni più complesse e suggestive nella discografia di Paolo Fresu e della sua etichetta Tǔk Music, è stato finalmente fissato su cd (del quale per altro si segnala la notevole qualità del suono) e sul relativo formato digitale, in occasione delle recenti festività pasquali.    

Il Laudario di Cortona, fondamentale manoscritto pergamenaceo, custodito presso la Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca della piccola cittadina medioevale dell’aretino, in quella bassa Toscana che è quasi Umbria, viene considerato una delle più importanti testimonianze dell’espressione musicale sacra di estrazione popolare (anche se già filtrata dal gusto e le necessità della nascente “borghesia” corporativa), risalente al XIII secolo.

L'importanza di questo manoscritto a caratteri gotici, in pratica privo di miniature, ritrovato abbandonato in uno stato pietoso nel 1876 dal bibliotecario Girolamo Mancini, va oltre la testimonianza della “semplice” pratica musicale del canto di lode (lodi che venivano cantate pubblicamente nelle vie e nelle piazze, come efficace mezzo di richiamo alla fede per il popolo), poiché esso rappresenta il più antico esempio di composizione in musica su testo in italiano volgare («un italiano organizzato in forme che richiamano origini lontane di tradizione araba e ispanica, innestandosi nella melopea francescana in auge nel periodo»), l'unico per tutto il secolo XIII.

Uno straordinario documentale esempio di espressione musicale paraliturgica o extraliturgica, produzione tipica (appunto) delle confraternite religiose laico cristiane, che, ispirate dal desiderio di una più intensa e sincera partecipazione alle pratiche devozionali e accomunate da una decisa indignazione nei confronti del clero e dei suoi corrotti costumi, fiorirono un po’ dovunque in Italia, tra decimo e tredicesimo secolo, nelle allora rinascenti, dopo i secoli bui dell’alto medioevo, orgogliose città comunali. 

Gli argomenti del Laudario di Cortona spaziano dalle prevalenti, come allora era sensibilità comune in tutta Europa, lodi mariane in onore della Vergine (che è “Ave Maria piena di grazia”, “alta vergene beata”, “Regina Gloriosa”, ma anche “dolce pia verginella, primo fior, rosa novella”, “pulzell’amorosa, stella marina ke non stai nascosa, bellezza formosa”) a diretti, quasi programmatici, riferimenti al francescanesimo e alla rinnovata moralità promossa dal nuovo “eversivo” ordine mendicante (Sia Laudato San Francesco), dalla celebrazione delle speciali ricorrenze dell’anno liturgico (Natività, Epifania, Pasqua, Pentecoste) a specifiche laudi di devozione nei confronti proprio di alcuni santi (oltre a S. Francesco, S. Antonio da Padova, S. Michele, ed altri ancora). 

La luminosa raccolta di laudi fu assemblata e curata, probabilmente negli ultimi decenni della seconda metà del Duecento, dalla Confraternita di Santa Maria delle Laude, attiva a Cortona presso la chiesa di S. Francesco, personalità alla quale va senz’altro riconosciuto il merito di aver compiuto i primissimi esperimenti di lirica religiosa in lingua volgare (pensiamo al celebre Cantico delle Creature). 

Una silloge, quella di Cortona, formata da laudi a forma innodica, responsoriale, ritornellata, dove a uguale testo corrisponde stessa melodia, e zejelesca o mozarabica (la cultura dei cattolici di Spagna sotto la dominazione islamica), nella quale la struttura musicale era specchio di quella poetica; canti in prevalenza monodici, paragonabili alle famose e sostanzialmente coeve Cántigas de Santa Maria, codificate alla corte castigliana di Alfonso X Il Saggio, il cui sviluppo non escludeva il ricorso all’utilizzo di prime forme di polifonia o plurivocalità, al cui interno la melodia di ispirazione gregoriana poteva iniziare a costituire una sorta di bordone o meglio falso bordone sul quale sviluppare, attraverso la più indipendente tecnica del discanto (già collaudata dalla tanto vituperata, negli ambienti istituzionali ecclesiastici, Ars Nova), elaborazioni più o meno ricche e articolate. 

Da questo singolare corpus musicale e letterario, che da tempo affascina gli studiosi per la ricchezza, la varietà e la squisita fattezza dell’intonazione musicale (va detto, però, che solo 46 delle 66 laudi di Cortona sono accompagnate da notazione musicale, dal caratteristico segno quadrato, come si può constatare osservando le foto stampate sul bel libretto di questa speciale pubblicazione) Paolo Fresu (tromba, flicorno, effetti) e Daniele Di Bonaventura (bandoneón, effetti), hanno estrapolato 13 composizioni (alle quali se ne è aggiunta un’altra, quella finale Laudar Vollio Per Amore, tratta dal più tardo e similare Laudario Magliabechiano 18, custodito invece a Firenze). 

Composizioni che in perfetto ed opportuno spirito jazzistico, gli sperimentali Fresu e Di Bonaventura, veri e propri rimescolatori coraggiosi di linguaggi e sonorità, artefici avventurosi di una sorta di nuovo, elegante ed armonioso universo sonoro, in equilibrio tra fluttuanti, progressivi e digressivi slanci improvvisativi, ariosi e sinfonici larghi orchestrali e rispetto invece delle preordinate, ieratiche, ancestrali e sospese parti vocali, hanno poi saputo trascrivere, riadattare e orchestrare a quattro mani in funzione delle elaborate evoluzioni di un ampio e avvolgente ensemble, completato dal puntuale Marco Bardoscia al contrabbasso, dal sempre creativo e fantasioso Michele Rabbia alla batteria, dall’Orchestra da Camera di Perugia, e dal coro perugino femminile Gruppo Vocale Armoniosoincanto, diretto dall’ottimo Franco Radicchia, del quale si segnalano le esplicative e approfondite note interne. 

Una registrazione composita e ammaliante (si ascolti soltanto che il lirico e fluviale solo di Fresu in Ave, Regina Gloriosa), che si configura come un vero e proprio magico momento di congiunzione tra il medioevo (che, siamo noi, come diceva Jacques Le Goff, sono ancora oggi, per lo meno in parte, le nostre società) e la modernità. Una meraviglia. 

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