Il Jesus Christ Superstar per piano (quasi) solo di Bollani

Stefano Bollani rilegge il capolavoro di Andrew LIoyd Webber e Tim Rice a 50 anni dall’uscita del disco originale

Stefano Bollani Jesus Christ Superstar Foto di Valentina Cenni
Foto di Valentina Cenni
Disco
jazz
Stefano Bollani
Piano Variations on Jesus Christ Superstar
Alobar
2020

Uscito qualche giorno fa, giusto in tempo per offrire una colonna sonora “a tema” a questo periodo di quarantena pasquale, il nuovo disco di Stefano Bollani Piano Variations on Jesus Christ Superstar conferma il coraggio di questo musicista nell’affrontare le sue eclettiche peregrinazioni creative.

Intervista a Stefano Bollani

Al di là dei rimandi biografici – a 14 anni il pianista vede per la prima volta in televisione il film di Norman Jewison e ne rimane affascinato – Bollani sceglie di celebrare i cinquant’anni dall’uscita dell’album che ha immortalato una delle prime e più riuscite fusioni tra musical e opera rock a firma di Andrew LIoyd Webber e Tim Rice, attraverso una rilettura che segue il tracciato narrativo del lavoro originale.

Una soluzione che, se per forza di cose deve rinunciare (quasi del tutto, come vedremo) ai funzionali riferimenti dei testi di Rice e alla fondamentale dimensione scenica, aiuta perlomeno a seguire il filo drammaturgico rappresentato dai temi musicali che Webber intreccia lungo il dipanarsi dell’opera, tra personaggi individuali e collettivi da un lato, ed elementi e situazioni simboliche dall’altro.

Per scelta dichiarata, oltre ad adottare uno strumento accordato a 432 Hz alla ricerca un suono più caldo, il pianista ha mantenuto ben riconoscibili le melodie dei diversi brani, in un percorso re-interpretativo nel quale, più che vere e proprie variazioni, Bollani offre una sequenza di riletture improvvisate sui temi dell’opera.

Un’impostazione che ci porta a commentare il lavoro seguendo, appunto, l’ordine delle 18 tracce che compongono l’album, a partire dall’iniziale “Prelude”, una sommessa peregrinazione arpeggiata che plana sul tema della morte di Giuda, per poi passare a “Heaven on Their Minds”, vero e proprio pezzo che apre l’opera con l’iconico ostinato al basso che sostiene l’enunciazione del tema principale, trasfigurando qui il grido di Giuda atto a richiamare “Jesus” in un sussurro. Nel brano lo sviluppo gioca sull’incedere del disegno ritmico vagabondando lungo la tastiera, per poi ritagliare chiaramente la melodia principale, giocando con le dinamiche sui passaggi più connotati. Un tracciato che si rende essenziale in un saltellante avanzare ritmico sul quale si innestano gruppi di note liberamente jazzy.

In “What's the Buzz?” l’incedere collettivo dei seguaci di Gesù viene rievocato attraverso il disegno della mano sinistra che asseconda con segni accordali una serie di brillanti divagazioni. “Strange Thing, Mystifying”, altra melodia affidata a Giuda, prende corpo grazie a un tocco che rievoca vagamente un suono da Fender Rhodes, mentre variegati giochi timbrici ci portano alla successiva “Everything's Alright”. Una delle più famose melodie dell’opera viene sciolta in una sorta di carillon che profuma vagamente di armonie alla Bill Evans, per poi virare a un colore più scuro nella parte centrale, attraverso una misura che pare attenuare l’originaria tensione drammatica che segna il confronto vocale tra Giuda e Gesù per poi tornare a divagazioni distinte da una sempre elegante armonizzazione.

This Jesus Must Die” si propone come una sorta di patchwork che mescola in sequenza i frammenti tematici che segnano le scene del consiglio dei sacerdoti in vista dell’entrata in Gerusalemme di Gesù, finendo in una specie di sinistro honky tonk molto simile all’impianto originale. Un gioco che continua nella traccia successiva, "Hosanna”, che lega assieme, in continuità con l’andamento drammaturgico della pagina originaria, le invettive dei sacerdoti e gli interventi corali della folla che scorta Gesù all’entrata in città. Ma quello che in origine era una contrapposizione netta – per piani sonori e segni stilistici – qui diviene una sorta di continuum che si dipana in un gioco dinamico che fa emergere, per certi scarti ritmici, anche l’anima “carioca” di Bollani. In “Simon Zealotes” le note ribattute aprono a un vivace walking bass che sostiene la rincorsa del tema principale frantumato in una sequenza di accordi e note sparpagliate, che si vanno a sciogliere nella melodia dell’inno “You'll get the power and the glory” che finisce sulle note dell’encomiastico “Amen”.

Forse tra le intuizioni più riuscite di queste “variazioni” – soprattutto per la coerenza con lo spirito pop che intride questo disco – la rilettura di “Pilate's Dream”, il brano che accompagna l’apparizione del personaggio di Pilato, viene plasmata da Bollani attraverso un delicato tratteggio segnato da un gusto tra il post-romantico e un mood quasi cantautorale, un arrangiamento dalla semplice ma efficace immediatezza. Quasi timida la successiva presentazione del tema di “The Temple”, nella quale Bollani si diverte a giocare con sfasature ritmiche parallele, per poi offrire un’efficace rilettura che cresce via via passando per l’invettiva qui scolpita da tratti accordali tra il solenne e il gospel, per poi prendere la strada di una delle tipiche escursioni virtuosistiche “bollaniane”, su e giù per la tastiera, giocando con veloci guizzi ritmico-melodici, dove ogni scarto armonico è un buon motivo per una nuova, trascinante rincorsa.

Un’altra celebre melodia, “I Don't Know How to Love Him” di Maria Maddalena, Bollani la ricama con un gusto che richiama atmosfere che ricordano certi garbati arrangiamenti di ballad di Broadway, il tutto disegnato con un tocco accurato oltre ad un elegante rispetto per il tratto melodico originale. Per “Damned for All Time”, vale a dire quella che è forse una delle pagine meno efficaci del lavoro di Webber e Rice – con quel tema ribattuto che ricorda vagamente la musica di Neal Hefti per Batman (il telefilm un poco “camp” della seconda metà degli anni Sessanta) –, il pianista sceglie una rilettura stringata e giocata sull’incedere ritmico. Lineare e dal vago sapore jarrettiano la reinvenzione di “The Last Supper”, un’altra melodia celeberrima di Jesus Christ Superstar, il coro un po’ banale degli apostoli, tema che è entrato in passato nell’uso collettivo delle nostre parrocchie attraverso una sorta di bizzarro “cantasi come”, con la melodia usata per rivestire parole ancor più scontate su qualche accordo di chitarra.

Gethsemane (I Only Want to Say)”: nella sua trasposizione pianistica di questo momento topico dell’opera originaria, Bollani propone ancora ancora una volta una visione intima, segnata da una particolare cura nel tratteggio melodico, una sorta di specchio interiore che riflette la figura di un Gesù fragile e insicuro, alle prese con il dramma molto umano della scelta estrema, ma che rimane custodito in un alveo espressivo confidenziale, lontano dal pathos che ricordiamo soprattutto nella voce di Ted Neeley, protagonista della lettura cinematografica del 1973 di Norman Jewison. “King Herod's Song” è un divertito pastiche che ripropone la sostanza un po’ dissacratoria e straniante della pagina originale, stilisticamente avulsa dall’impianto generale come volutamente l’avevano immaginata Rice e Webber, restituita attraverso un’atmosfera ironica rinfrescata da qualche originale folata armonico-ritmica.

Trial Before Pilate” rappresenta una tappa, per così dire, di passaggio, segnata soprattutto dai temi incontrati in precedenza e dal disegno al basso che ha aperto il lavoro, che ci aiuta ad arrivare al momento conclusivo della drammaturgia del musical, quell’ideale luogo “altro” – o “aldilà”, se si vuole – dove Giuda chiede conto a Gesù delle proprie scelte. Quel luogo dove trova la sua perfetta cornice la “hit” dell’opera di Rice e Webber, quel “Superstar” che Bollani sceglie di cantare sussurrando il testo e aggiungendo in coda il coro di famiglia composto da Frida Bollani, Manuela Bollani e Valentina Cenni, dando spazio alla sua anima più pop.

Il melanconico ritorno melodico del tema di “Gethsemane” che ritroviamo nella conclusiva “John Nineteen: Forty-One” chiude con delicata misura questo disco che, lungi dall’essere – e probabilmente anche dal “voler essere” – un capolavoro, offre sicuramente la conferma di un Bollani interprete originale e pianista trascinante, oltre a una piacevole occasione di ascolto scaturita dalla personale rilettura di un’opera che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a segnare la cultura musicale degli ultimi cinquant’anni.

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