Arlo Parks, una voce per la Generazione Z

L'atteso album di esordio di Arlo Parks, tra hype e talento cristallino

Arlo Parks
Arlo Parks (foto di Alex Kurunis)
Disco
pop
Arlo Parks
Collapsed in Sunbeams
Transgressive
2021

Dopo due EP, Super Sad Generation e Sophie, usciti nel 2019, ecco che Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho, sangue nigeriano, ciadiano e francese, conosciuta col nome di Arlo Parks, pubblica il suo atteso album d’esordio Collapsed in Sunbeams – titolo ispirato da una frase presente nel libro On Beauty di Zadie Smith.

Emo 2.0, voce della Generazione Z, le definizioni per Arlo Parks si sprecano e l’hype è ormai fuori controllo, così come il numero di copertine a lei dedicate. Cerchiamo di capirne di più ascoltando il disco.

Quando si parla di un’artista che ha il terzo dei tuoi anni, il rischio di essere supponente o di passare per un vecchio trombone è concreto: «Sono una ragazzina nera che non sa ballare, ascolto musica emo e ho una cotta per una ragazza del mio corso di spagnolo». Vabbè – vien da dire –, vedrai che ne verrai fuori, abbiamo avuto tutti i nostri tormenti adolescenziali. Sarebbe un commento stupido: come dice Arlo, «Questo album rappresenta una serie di vignette e ritratti intimi che hanno circondato la mia adolescenza e le persone che l’hanno influenzata. Si basa sullo storytelling e sulla nostalgia – volevo che suonasse sia universale che iper-specifico». L’obiettivo è ambizioso per una ventenne, non c’è che dire, ma prima di emettere giudizi procediamo con ordine.

Un maschiaccio dichiarato, con ai piedi le onnipresenti sneaker, Arlo è cresciuta ad Hammersmith, quartiere nella zona occidentale di Londra, passando attraverso le tappe classiche dell’adolescenza tormentata e solitaria: Allen Ginsberg, Jim Morrison, Chet Baker, Sylvia Plath e l’immancabile Norwegian Wood di Haruki Murakami.

«Aspiro a scrivere i miei brani nello stesso modo in cui Murakami ha scritto quel libro: realistico, sensibile e umano».

Il suo nome arriva alla ribalta alla fine del 2018 quando esce il singolo “Cola”, storia di un amore infelice (solo per la cronaca e nulla di più: Arlo è dichiaratamente bisessuale e quindi le sue canzoni d’amore sono rivolte indifferentemente a ragazze o ragazzi).

«Preferisco quando i tuoi occhi Coca Cola non sono puntati sulla mia faccia, ho guardato nel tuo telefono e non mi sono sorpresa quando l’ho vista che sorrideva da un orecchio all’altro vestita di pizzo viola. Porta le tue orchidee da un’altra parte» – "Cola"

Il tema ritorna in “Eugene”, canzone compresa in questo nuovo lavoro, racconto senza vergogna o auto-flagellazione del suo amore senza speranza per una ragazza etero fidanzata con uno scansafatiche.

Due EP per un totale di nove canzoni – tra cui la straordinaria “Angel’s Song, con il verso "Tu sei lì che vivi nel dopo ustione degli anni sessanta, sballandoti per bene nel seminterrato, bambino con un cuore pieno di sangue e Courtney Love" – che hanno fatto convergere l’interesse di critica e pubblico sul suo nome, e ora l’album, sicuramente destinato a un grande successo, dove i primi nomi che vengono alla mente sono quelli di Elliott Smith e Jorja Smith.

Con le sue atmosfere lo-fi, la voce eterea, le ambientazioni eleganti e appassionate, questo disco riesce a “far uscire l’arcobaleno da qualcosa di doloroso”, per citare un verso di “Portra 400”, brano conclusivo della raccolta.

Quello che colpisce è la capacità di Arlo Parks di mettere insieme temi difficili come quello della depressione con la quotidianità, facendo riferimento a personaggi che tutti conosciamo. “Less is more”, e “Black Dog” è proprio questo: "Io leccherò via il dolore dalle tue labbra, ti truccherò gli occhi come Robert Smith, alle volte sembra che tu non possa sopravvivere a tutto ciò, e, a dirla tutta, è terrificante" canta in "Black Dog" (e il cognome Smith compare per la quarta volta…).

“Andiamo al negozio all’angolo e compriamo un po’ di frutta, farei qualsiasi cosa per farti uscire dalla tua stanza”: la depressione riportata alla quotidianità, senza la pretesa di risolverla, o meglio, la quotidianità è fatta anche di cose banali, soprattutto da un anno a questa parte. E la canzone… beh, ascoltatela.

«“Hope” è di gran lunga la mia canzone preferita dell’album. È intensamente speciale e spero che possa portare un po’ di luce nell’oscurità». A suo dire è una canzone ispirata dall’ascolto del già citato Elliott Smith, dei Grizzly Bear, di DJ Shadow (?) e dei Portishead, e il suo senso di speranza bilancia in parte la melanconia che pervade tutto il disco.

“Green Eyes” è un’altra canzone d’amore, questa però con un orientamento più marcatamente LGBT, in cui ricorda come l’oggetto del suo affetto "non possa tenere la mia mano in pubblico, sentiamo i loro occhi che giudicano il nostro amore, mentre abbaiano in cerca di sangue".

“Too Good” ha un fresco sapore hip-hop con un coro che fa l’occhiolino a “Baby Jane” di Rod Stewart mentre “Just Go” è un esempio sprezzante di R&B.

“Caroline” è una delle vette dell’album, un esempio di come Arlo sia capace di partire da una scena quotidiana – nello specifico un litigio tra una coppia mentre lei aspetta il bus – per arrivare a temi universali: il brano è un downtempo che fa da trampolino per la voce agrodolce di Parks.

“Hurt”, dal sapore jazzy, ci ricorda la temporaneità del dolore e della sofferenza: ascoltiamola in una versione live presentata qualche giorno fa nel programma “Jimmy Kimmel Live”.

Le influenze, inevitabilmente, sono tante ma alla fine ciò che rende affascinante questo disco è la scrittura di Parks, la combinazione riuscita di performance e poesia, la capacità di rendere con poche pennellate la quotidianità, senza banalizzarla, anzi prendendola come spunto per toccare argomenti che ci toccano da vicino. La ragazza ha vent’anni ma dentro la sua cameretta c’è il mondo.

P.S. La Deluxe Edition contiene un secondo disco con otto canzoni in versione lo-fi lounge.

 

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