Smontare e rimontare Monk

Con Deconstructing Monk in Africa Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini camminano a ritroso verso le origini del jazz: l'intervista

Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini con Deconstructing Monk in Africa
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Maneggiare Thelonious Monk è di per sé complesso e rischioso. Smontarlo poi, per scovare nella sua musica le radici africane attraverso un approccio contemporaneo, è una vera scommessa. Eppure Sergio Armaroli e Giancarlo Schiaffini con Deconstructing Monk in Africa (per trombone, percussione e base preregistrata)che quell’obiettivo si pone, non solo ci regalano un documento sonoro di fascinoso ascolto, ma anche il convincente esito di una ricerca di notevole e rigoroso valore analitico, dimostrando implicitamente che con idee, condivisione, retroterra culturale, libertà e visioni l'impresa di "decostruire Monk" è fattibile.

Sergio Armaroli Giancarlo Schiaffini

In una traccia unica senza soluzione di continuità di poco meno di un'ora, i due mettono in gioco – attraverso un originale approccio alla materia, che prevede l'immersione nei soli blues monkiani – riflessioni e rovesciamenti di stereotipi. Armaroli e Schiaffini rilucidano a specchio la stella del pianista-compositore di Rocky Mountain ricordandoci la sua collocazione tra i geni rivoluzionari del Novecento musicale.

Lo fanno necessariamente, nella ricerca di Madre Africa, esaltando di Monk più il radicamento nel passato (stride e blues) che la sua visione del domani, ma amplificando comunque ed emblematicamente la sua straordinaria attualità oltre il be-bop, oltre il jazz. La scelta progettuale è allora tanto spiazzante quanto efficace: un organico strumentale «falsamente etnico» (come spiegano le note di copertina) più il ruolo decisivo della base preregistrata, come suono evocativo della memoria.

Armaroli usa balafon, talking drum, water drum… e molto di più, con quella distanza che gli permette di evitare esotismi ma di trasmettere tuttavia il valore primigenio e comunicativo di quei suoni, di quei ritmi, di quei legni, citando appena in filigrana le gemme monkiane. Schiaffini viaggia libero con il suo trombone leggero, ironico, ma anche capace di spigoli severi e radicali (tra Teagarden e Globokar) incastrandosi abilmente tra le percussioni ma altrettanto capace di anche allontanarsene per non subire influenze.

Come terzo interprete del dialogo la base preregistrata si muove sullo sfondo come griot contemporaneo che evoca memorie, fantasmi ancestrali ma funziona anche come stimolo costante per l’improvvisazione. In questo scenario attraverso i blues vengono svelati i tratti del pianeta Monk che, se molto deve a Ellington riguardo a timbro, colori e trattamento del ritmo, allontanandosi dalla sua giungla, più che un senso comunicativo del linguaggio musicale ne esalta un suo valore trascendentale. Allora si potrebbe dire che la sottigliezza ritmica, la nota sospesa, il silenzio d’attesa, il cluster enigmatico, l’asimmetria melodica, l’improvvisazione tematica –cioè l’estetica monkiana tout court – trasfiguri in ciò che definiamo gli elementi africani nel jazz. Armaroli e Schiaffini si fanno carico in Deconstructing Monk in Africa del peso di questa indagine, lo fanno con levità e profondità, quasi sorpresi, loro stessi, delle scoperte e delle emozioni che ancora quella storia magistrale ci può offrire.

Quando e come è nata la scelta dei blues monkiani come mezzi di un viaggio a ritroso verso le origini del jazz?

SCHIAFFINI: «Monk è sempre stato un riferimento importante per i musicisti interessati a qualcosa di più che suonare standard o inseguire modelli mainstream. Nella musica di Monk c'è sempre un'idea molto personale e asimmetrica nell'affrontare la composizione e l'improvvisazione. A volte può sembrare troppo semplicistica e talvolta eccessivamente intricata. Con Sergio ci siamo trovati con un atteggiamento simile nei confronti di Monk e della musica che possa essere in generale definita, con una certa larghezza, di ambito jazzistico. La combinazione fra il trombone, lo strumento più "antico" e strutturalmente semplice e il coloritissimo strumentario africano di Sergio ci è parsa ideale per smontare in qualche modo Monk nei suoi componenti africani. Il blues, prima di essere una composizione di dodici battute, è una piccola forma tripartita e responsoriale non molto frequente nella musica europea. Queste caratteristiche sono molto comuni invece nella musica africana e quindi la scelta ci è parsa inevitabile».

«La combinazione fra il trombone, lo strumento più "antico" e strutturalmente semplice e il coloritissimo strumentario africano di Sergio ci è parsa ideale per smontare in qualche modo Monk nei suoi componenti africani».

ARMAROLI: «L’idea di questo “viaggio a ritroso” alle fonti della langue maternelle del jazz è nata dal mio rapporto dialettico con Giancarlo. Noi parliamo e suoniamo, credo, sempre attorno a un’idea comune non consapevolmente ma con naturalezza; questo si può chiamare senso e condivisione di un pensiero musicale profondo che per quanto mi riguarda nasce dal fatto di aver sempre associato l’improvvisazione a una attitudine, a un modo di essere e di vivere; a una posizione, dunque, a un punto di vista mobile che ha come suo fondamento questo sentire, sempre, l’origine. Il pensiero musicale è creare relazione, rapporti tra i suoni. Nel jazz questo si estende anche alla vita, al contesto sociale, culturale, politico e antropologico. Il blues nasce da questa consapevolezza più grande, storica e dialettica. Monk è il nesso tra un linguaggio, codificato e stilizzato come quello del jazz e la necessità di un suono originario che per me, come necessità espressiva e concezione, è sempre africana. Il blues è questa forma, ciò che rimane di tutto questo processo di de-costruzione che non è altro che una ri-lettura ab origine».

Come siete arrivati a definire l’organico strumentale?

SCHIAFFINI: «L'organico strumentale per me è stato molto semplice: il trombone è uno strumento molto vicino alla voce umana e con grandi possibilità di variare il timbro. Pensiamo alle tecniche jungle del jazz delle origini, ottenute con oggetti d'uso e con emissioni particolari (Plunger, Cup, Bucket). Combinato con la strumentazione essenzialmente di origine africana che Sergio ha a disposizione, il trombone può formare un connubio ideale per gli scopi che ci siamo prefissi».

«Ho sentito questa fortissima necessità di tornare all’origine del mio primo gesto sonoro: suonare un tamburo con le mani».

ARMAROLI: «L’organico strumentale, per quanto mi riguarda è molto vasto e trasversale ed è nato per decantazione. Da molto tempo la mia ossessione è stata quella di poter suonare la musica di Monk, che per me significa reiterare i nuclei tematici per variazione continua timbrico-melodica e non improvvisare su progressioni di accordi che in questo caso sono solo ipotetiche, con uno strumentario africano. Ho sentito questa fortissima necessità di tornare all’origine del mio primo gesto sonoro: suonare un tamburo con le mani. L’estensione melodica di questo gesto, la sua continuità, è il balafon, che in questo caso è cromatico e non pentafonico o eptafonico. Questo passaggio di sistema di accordatura mi ha permesso di tradurre, mantenendo inalterato il timbro dello strumento, il materiale tematico monkiano all’interno di un contesto sonoro africano. Questo paesaggio sonoro ricostruito è il “paesaggio sonoro” all’interno del quale si sviluppa la voce di Monk e vive autonomamente, oggettivando il più possibile la musica di Monk. Tutto il resto è accessorio e completa il quadro generale».

Quali sono i materiali della base preregistrata e come sono stati montati rispetto allo sviluppo della suite?

SCHIAFFINI: «Per la base preregistrata siamo partiti da alcuni materiali sintetizzati e acusmatici che avevo preparato. Per la struttura definitiva abbiamo aggiunto le percussioni di Sergio. Il primo episodio (0'00"-8'03") è una rielaborazione di musica della Costa d'Avorio, su cui Sergio sovrappone tamburi ad acqua, balafon, shaker e zucca. La citazione di "Blookan" è di un mio brano composto nel 1992 per il cd About Monk che ricorda una uscita di Monk in Australia: «Where are all those fucky (bloody) kangaroos?». Il secondo (10'04"-20'33") è una base ritmica variata con un Pitch to MIDI a cui Sergio ha aggiunto una sovrapposizione di claves, shaker, cow bell e talking drum. Di seguito (20'33"-28'33") c'è una parte sintetica più soft con aggiunta di mbira da parte di Sergio, che mi pareva adatta ai blues più noti e melodici di Monk. La successiva (29'56"-38'09") sono solo suoni di trombone che avevo elaborato (molto) presso lo studio parigino di Xenakis. Segue (38'14"-46'50") l'episodio intricato e, appunto, misterioso, elaborato con balafon e mbira da Sergio con facendo uso di canoni politonali in accumulazione ossessiva di "Misterioso" di Monk. L'ultima (46'50"-58'26"), partendo da materiali sintetici, termina con una ulteriore elaborazione di musica della Costa d'Avorio».

ARMAROLI: «Per quanto riguarda i miei materiali ho semplicemente costruito il mio strumentario per sovrapposizione e suggestioni provenienti dal nastro preregistrato di Giancarlo. Ho aggiunto e creato con il bisogno di avere al mio fianco un gruppo di percussionisti di cui fidarsi (del resto io credo, con Bertolt Brecht, alle persone che si aiutano da sé!). Ho preso tutti i miei strumenti, che amo e che mi accompagnano quotidianamente, e li ho fatti dialogare tra loro; oggettivando il gesto e creando così un contesto per Giancarlo dove io sono sfondo e lui figura. Solo in questo modo è possibile costruire una dialettica attraverso una definizione chiara dei ruoli. Il mio posto è nel paesaggio e dentro il paesaggio sonoro; e dopotutto questo per me è un grande sollievo».

Verso il minuto 38 del lavoro la citazione di "Misterioso" vi trascina verso uno dei momenti più coinvolgenti del cd, un vero labirinto sonoro. Un blues atipico e ripetitivo che sprigiona una serie di figure melodiche nelle quali vi immergete completamente. Condividete?

SCHIAFFINI: «Sono d'accordo con la descrizione che dai del percorso labirintico e ossessivo di "Misterioso". Un vero vagare nell'ignoto un po' alla Edgar Allan Poe con sensazioni di giungla e notturni paesaggi africani. Direi che siamo rimasti in tema».

ARMAROLI: «Condivido pienamente quello che dici. Hai colto l’intenzione e il senso di un blues che, nell’insieme della suite, rappresenta una cesura, un passaggio. L’ossessione per "Misterioso" mi viene dall’ascolto di Steve Lacy e dalla struttura assolutamente paradossale di questo blues iterativo. La variazione infinita è qui connessa con la struttura intervallare: non è possibile scappare. Questa struttura corrisponde a quella degli strumenti a tastiera: balafon, mbira, eccetera. Si ripete nella diversità. Ho pensato di sovrapporre il tema di "Misterioso" in tutte le dodici tonalità come un atto di appropriazione bachiana del materiale, con tempi e intenzioni differenti. Si è creata una rete di relazioni dove il tema è riconoscibile in negativo, un meccanismo di possibilità infinite. In questo caso è più chiaro il tentativo di oggettivare la musica Monk, di cristallizzarla e purificarla all’interno di un automatismo infernale».

«In conclusione è doveroso ricordare e ringraziare Maurizio Bizzochetti e Gabriele Rampino che, per Dodicilune, hanno prodotto questo nostro lavoro. Il loro contributo è stato fondamentale, una cura e una attenzione rara e sensibilissima verso percorsi eccentrici della musica d’oggi attraverso linguaggi e stili che ci ha permesso di de-costruire per costruire. Anche attraverso la musica di Thelonious Monk».

 

                 

 

 

 

 

 

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