Selfie con dischi PRO #2: Paolo Besana

La nostra rubrica dedicata agli ascoltatori forti esplora ora gli scaffali dei professionisti del settore: giornalisti, critici, uffici stampa…

Selfie con dischi - Paolo Besana
Articolo
classica

Ascoltatori appassionati, collezionisti irriducibili, indomiti sognatori, enciclopedie viventi: dopo i tanti uomini e donne che, pur avendo un altro lavoro, fanno dei dischi e della musica una delle attività più importanti della loro quotidianità, Selfie con dischi parte ora con la sua seconda serie, alla scoperta delle collezioni di chi con la musica ci lavora tutti i giorni: giornalisti, critici, addetti stampa… 

Ai loro mondi di musica, professionali ma anche privati e personali, dedichiamo un veloce ritratto in cui possono raccontare se stessi, la loro passione e, soprattutto, suggerirci un sacco di ascolti!

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Ospite di questa puntata è Paolo Besana

Selfie con dischi - Paolo Besana

Nome e cognome: Paolo Besana

Età: 52 anni

Professione: ufficio stampa al Teatro La Scala di Milano

Dischi posseduti: non sono un grande collezionista, direi che siamo sul migliaio di vinili e il doppio di CD. Classica, un terzo della quale opera, con tracce di jazz e rock.

Quante ore di musica ascolti mediamente al giorno e in che momenti? 

«In condizioni normali due o tre ore, dal vivo. Diciamo che io mi sono occupato per undici anni della comunicazione della Filarmonica della Scala e adesso sono in Teatro da quasi sei. Questo ha completamente cambiato le mia abitudini di ascolto riducendo al minimo la musica registrata. Nel corso di una giornata normale ascolto magari un momento di prove, diciamo non più di mezz’ora, e poi quattro o cinque volte la settimana vedo un’opera o un concerto la sera. Se c’è tanto lavoro seguo l’opera dal video dell’ufficio, altrimenti resto in sala o vado a sentire un concerto da qualche altra parte». 

«Il tempo per i dischi c’è solo a volte nel fine settimana. Si tratta soprattutto di cose che ho voglia di risentire, le scoperte sono più spesso dal vivo. Oppure nostalgia di un repertorio: a Milano c’è relativamente poco Barocco, per cui ascolto quello».

L’ascolto professionale e quello per piacere sono momenti distinti o si mescolano nella giornata? Raccontaci…

«L’unico momento di ascolto puramente personale ormai è quello dei dischi ed è molto limitato. In realtà da tanti anni a settembre vado a Lucerna per puro piacere, ma è chiaro che le persone che incontro hanno a che fare con il mio lavoro. Potrei dire che l’ascolto è sempre per piacere mentre ingresso intervalli e cena sono misti o variabili, dipende da chi c’è». 

C’è un formato (vinile, cd) che preferisci? Nel caso perché? 

«Chiaramente c’è una tenerezza nel vinile, basta pensare al confronto tra le copertine, ma quanto al suono non sono un audiofilo e non ho vere preferenze. Sono anche onnivoro, mi vergogno a dirlo, ma se voglio farmi un’idea di un artista che non conosco vado su YouTube».

Quando hai comprato il tuo primo disco? Ti ricordi qual era e ce lo racconti brevemente?

«Non ricordo il primo disco comprato, ma ricordo che da bambino mi feci regalare Don Giovanni di Mozart. Arrivò chissà perché l’edizione Decca diretta da Bonynge con Bacquier, Sutherland e Lorengar. Ricordo l’incredibile libretto che riportava tutte le ripetizioni del testo nei concertati. Poi scoprii il vinile di mio nonno, l’edizione di Fricsay».

 Bonynge con Waechter, Sutherland e Lorengar

Dove acquisti principalmente i dischi?

«Se mi capita alla Bottega Discantica di Milano, ma spesso ricevo qualche novità in omaggio».

Esiste un disco che hai amato tanto e che ora non riesci più a ascoltare, che non ti piace più? Quale e perchè?

«Direi un paio di Carmen. Da ragazzo Marilyn Horne e Jessye Norman erano cantanti feticcio per me e ascoltavo qualsiasi cosa facessero o incidessero. Oggi quella della Horne mi sembra un po’ un passo falso (però ho ascoltato tanto anche la colonna sonora del film di Preminger in cui doppia Dorothy Dandridge) e quella della Norman non tra le sue cose migliori, nonostante Bernstein e Ozawa. E per di più ormai trovo difficile pensare di ascoltare Carmen in disco».

Possedendo tutti quei dischi, quante volte in media ascolti in un anno un disco nuovo?

«Più o meno una volta al mese qualcuno mi manda un disco e lo ascolto».

Ci sono dischi recenti che pensi ascolterai ancora tra 10 anni?

«Gli ultimi di Currentzis. Ci sono direttori che amo moltissimo, ma che non ritrovo nell’incisione. Mi sembra che invece Currentzis sia tra i più fonogenici, le sue registrazioni non hanno mai il sapore del surrogato del concerto».

Quali sono i tre dischi che più hai ascoltato (o ritieni di avere ascoltato) nella tua vita di ascoltatore e quelli che più hai ascoltato negli ultimi mesi?

«Nella vita probabilmente le sonate di Beethoven di Backhaus; il disco Fonit Cetra con le arie alternative di Rossini cantate dalla Horne con Zedda; le Kinderszenen di Horowitz. Nelle scorse settimane le opere per clavicembalo di Benedetto Marcello con Dantone per Concerto Classics,  i Piano Works di Glass con Víkingur Ólafsson per DG e Secrets, il disco di melodie francesi di Marianne Crebassa e Fazil Say per Erato. Però c’è anche un’integrale Radu Lupu sempre aperta vicino al lettore CD».

Dovessi consigliare un solo disco (lo so, uno è tremendo, ma è un gioco, dai) della tua collezione a una persona che non lo conosce, quale sarebbe?

«Il Primo Concerto di Beethoven con Richter e la Boston Symphony diretta da Munch. Un miracolo».  

Il Primo Concerto di Beethoven con Richter e la Boston Symphony diretta da Munch

 

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