Progressive rock, storia di una religione

Esce per EDT Progressive rock di David Weigel, con un saggio di Jacopo Tomatis e le (splendide) fotografie di Roberto Masotti

David Weigel - progressive rock
Articolo
pop

David Weigel
Progressive rock. Ascesa e caduta di un genere musicale
Prefazione di Marco Zatterin; con un capitolo di Jacopo Tomatis e le foto di Roberto Masotti
EDT, Torino 2018, 384 pp., €26

Si potrebbe metter così, tanto per illuminare la scena subito con un bel fascio di luce radente: esistono tanti mondi e tante considerazioni sul progressive rock storico quante sono le persone che se ne occupano, professionalmente o per passione.

Neppure sui rigogliosi pascoli della psichedelia primigenia, nel garage rock delle origini, nelle avventure tonitruanti dell’hard rock, tra gli adepti delle crude spallate punk si trova sì abbondante messe di oggetti della contesa. Il progressive rock è religione musicale inclusiva per molte, molte persone sul Pianeta. E mai religione fu più soggetta, però, a divorare se stessa per scismi, controriforme, strategie di intelligence e contro-intelligence, fake news ripetute da accostare a ponderosi tomi di informazione che intercettano pesciolini d’argento altrettanto settari sul genere, e via celiando.

Il progressive rock è religione musicale inclusiva per molte, molte persone sul Pianeta. E mai religione fu più soggetta, però, a divorare se stessa per scismi, controriforme, strategie di intelligence e contro-intelligence, fake news ripetute.

La premessa per dire che è in libreria un nuovo libro sul prog rock, firmato da David Weigel con prefazione di Marco Zatterin, fotografie (splendide) di Roberto Masotti, e un saggio finale di Jacopo Tomatis – che s’è caricato sulle spalle l’ingrato e affascinante fardello di ricostruire la vicenda del progressive rock in salsa ipercalorica italiana, una storia che il mondo ci invidia, e che noi ovviamente riusciamo a trovar divisiva anche nei ristretti limiti della Penisola, secondo un ottenebrante schema Guelfi - Ghibellini che non dà tregua alle intelligenze pacifiche.

Una nuova storia del prog, secondo le premesse precedenti, riattizzerà tutte le polemiche accennate, aggiungendone una. Perciò, di grazia, deponiamo le armi e limitiamoci a un fact checking il più possibile imparziale. Weigel nella vita scrive di politica e di musica (soprattutto prog, ovviamente) per importanti testate. Non è ancora quarantenne, dunque è un innamorato ex post delle vicende che portarono sui palchi Keith Emerson o Annie Haslam o Demetrio Stratos. Per certi versi perfino un vantaggio, anche se essere stati a un concerto dei Gentle Giant e aver odorato sentori di patchouli, cannabis, denim e Camel senza filtro può dare qualche innesco ulteriore alla memoria. Ma non è detto che uno storico debba aver sentito ronzare le pallottole di Verdun per scrivere del primo conflitto mondiale.

Weigel scrive bene, con quella verve colloquiale e un po’ sorniona che lascia trapelare fatti e successioni cronologiche precise con una nonchalance tanto esibita quanto invece frutto di accurate verifiche e evidente, faticosa documentazione. Il suo sguardo è molto British-oriented, secondo il più canonico degli approcci sul genere del contendere: dunque chi ama ripercorrere le piste critiche segnate e anche un po’ consunte di Genesis, King Crimson, Yes e compagnia sonante troverà un percorso ben tratteggiato e per certi versi anche definitivo, nei limiti di pagine che impone un libro di media mole.

Le assenze? Molte, ma, ribadiamo, l’autore non è un cacciatore di nomi trascurati e non ha intenti completisti: parla di ciò che ama. Weigel fa iniziare il tutto con le depistanti, letteralmente infuocate performance al pianoforte di Liszt, non a caso uno degli eroi fondatori di certa estetica tastieristica prog. Vero, ma con un quid di ricerca in più si sarebbero potute rintracciare le piste delle scandalose, inaudite esibizioni europee e parigine, in particolare, del creolo Gottschalk (al cospetto anche di Chopin) alla metà dell’Ottocento, prima volta che figurazioni ritmiche afroamericane “folk” risuonarono sugli ottantotto tasti.

Il saggio finale di Jacopo Tomatis, invece, riesce a centrare  il bersaglio della strepitosa fiammata del prog italiano aprendo in poche pagine innumerevoli fuochi (non solo musicali) sul periodo: le tensioni sociali e politiche, l’arrivo nella Penisola di un jazz poco o nulla mainstream, le mille declinazioni di quella musica “giovane” che ancora non sapeva di essere definita “prog”, e che dì lì a poco avrebbe ceduto il passo ad altro, finendo nelle schiere dei retromaniaci.

Perché, come scrive Tomatis, anche il futuro oggi non è più quello di una volta, e le sfere di cristallo sono tutte rotte, e dormono in pezzi nelle campane del ricordo-riciclo.

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