Perché la proposta della Lega sulle quote italiane in radio non ha senso

Il leghista Morelli propone una canzone italiana ogni tre in radio: il ricordo del Fascismo per una legge che rischia di aiutare solo i grandi gruppi

Lega - Alessandro Morelli - quote radio italiane
Mahmood al Festival di Sanremo
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Dopo le polemiche sul televoto popolare al Festival di Sanremo, arriva una proposta della Lega per le quote radio: una canzone italiana su tre dovrà essere italiana. «Intendiamo puntare sulla nostra musica, dare spazio agli esordienti, tutelare la nostra tradizione. La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani». A dirlo è Alessandro Morelli (fonte adnkronos), presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, ex direttore di Radio Padania (fra le altre sue battaglie c’è quella per l’innalzamento a 150km/h del limite di velocità in autostrada, si scopre leggendo la sua pagina Facebook).

Alessandro Morelli - la proposta della Lega sulle quote radio
Alessandro Morelli, Lega

Morelli è infatti il primo firmatario di una proposta di legge sulle “Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”, che – è stato anticipato – prevederebbe che le radio italiane, tanto i network privati quanto la Rai, riservino almeno un terzo della loro programmazione alla «produzione musicale italiana». In più, una quota «pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana» dovrebbe essere «riservata alle produzioni degli artisti emergenti».

Vi ricorda qualcosa? Ad esempio questo: «Poco a poco è nata una musica leggera nostra in cui una certa vena melodica è risorta sullo sfondo ritmico che ha invaso il mondo compresa la Germania e il Giappone e quindi si tratta, insistendo, di avvicinarsi sempre di più a un tipo di musica nostra»; «[si tratta] di italianizzare il tipo della musica leggera corrente, quella di creazione italiana che ha ripreso la sua via di espansione e si diffonde un po’ dappertutto». A dirlo è un altro Alessandro, Alessandro Pavolini, ministro della Cultura Popolare dell’Italia fascista dal 1939 al 1943, in un rapporto ai giornalisti finalizzato alla promozione e al rilancio della «musica leggera nostra», italiana, quella insidiata dai ritmi «degli americani e degli inglesi» (i documenti si trovano in Ministri e giornalisti di Nicola Tranfaglia, e nel mio recente Storia culturale della canzone italiana, uscito per il Saggiatore).

Alessandro Pavolini, quote italiane, fascismo
Alessandro Pavolini, PNF

Nei momenti di massimo splendore, il regime fascista arrivò a proibire dai palinsesti la musica di musicisti «ebrei e negri». In realtà, ambizioni autarchiche e protezionistiche sulla produzione musicale nazionale affiorano ciclicamente anche nella storia della Repubblica. Lo stesso Sanremo nasce, nel 1951, con l’obiettivo di supportare la canzone italiana contro «l’influsso della musica popolare afro‐americana e ispano‐americana» (la citazione è dal Radiocorriere), e l’idea delle quote radio non è certo un’invenzione della Lega: ci rifletté anche il Ministro Franceschini qualche anno fa, per esempio.

Attendiamo il testo della legge per saperne di più. Per il momento, quanto detto da Morelli sembra avvicinarsi molto alle politiche autarchiche del Fascismo e della prima Democrazia Cristiana. Dovrebbe far riflettere soprattutto la sovrapposizione forzata tra una presunta “tradizione” e la “produzione nazionale”, che mescola un pericoloso discorso ideologico e nazionalistico con una questione economica e di sviluppo industriale.

Proviamo a fare qualche riflessione più nel dettaglio sulla proposta della Lega.

«La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica».

1. MAHMOOD. Non si capisce – nel caso specifico dell’uscita di Morelli – il riferimento al caso-Mahmood. O meglio, lo si capisce solo nel contesto delle politiche razziste della Lega Nord. Mahmood, a dispetto delle origini, è italiano (è nato a Milano, in casa parla sardo). Il suo brano sanremese è co-firmato con due produttori italiani, Dardust (Dario Faini) e Charlie Charles (Paolo Alberto Monachetti). È cantato in italiano, salvo una breve frase in arabo. Certo, esce per una multinazionale “straniera” come Universal… come la maggior parte dei brani “italiani” di oggi e di ieri. Gli italianissimi tenori de Il Volo, per esempio, sono accasati presso la poco autarchica Sony.

Dunque, a livello logico, il collegamento tra “Mahmood ha vinto il Festival” e “Dobbiamo supportare la produzione italiana” non ha alcun senso. Morelli sta mescolando – per le ragioni di una propaganda che punta sulla disinformazione – due ambiti diversi: l’idea di italianità, di tradizione e la questione della produzione nazionale.

«Intendiamo puntare sulla nostra musica, dare spazio agli esordienti, tutelare la nostra tradizione».

2. TRADIZIONE. Ogni discorso che tiri in ballo la protezione della “tradizione” dovrebbe far scattare un campanello d’allarme. Tanto le politiche culturali del Fascismo quanto quelle della Rai del dopoguerra che portarono alla nascita di Sanremo si fondavano sul revival di alcuni presunti caratteri nazionali “puri” della canzone che – non si farà fatica a capirlo – non sono mai esistiti. Quella stessa canzone oggi identificata come archetipo di italianità era un prodotto pensato per un mercato cosmopolita: “‘O sole mio” è costruita su un ritmo di habanera, così come praticamente tutte le canzoni del primo Sanremo sono delle beguine o dei tanghi – che come è noto non sono ritmi originatisi nei monti della Sila o sui Colli Euganei. I brani “tradizionali” di oggi non fanno eccezione: non c’è alcuna analisi musicale che possa dimostrare che – per esempio – Ultimo abbia portato a Sanremo un brano “più italiano” di quello di Mahmood. L’italianità in musica è costruita attraverso stereotipi, non è un fatto etnico: esiste “oltre il suono”, per rubare un’espressione del musicologo Marcello Sorce Keller.

2. PRODUZIONE. Di per sé, l’idea di sostenere l’industria musicale nazionale non è – ovviamente – sbagliata. Così come i governi hanno sempre supportato l’industria dell’auto con lo scopo di creare o salvaguardare posti di lavoro (parliamo del principio, non degli esiti), anche il comparto fonografico merita certo attenzioni di questo tipo. L’imposizione di quote radiofoniche avrebbe certo degli effetti. Banalizzando: le radio pagano i diritti su quanto trasmettono; se i detentori dei diritti sono italiani, i soldi rimangono in Italia e il settore cresce.

La questione è: chi stiamo aiutando, se imponiamo delle quote per la “musica italiana”?  Il mercato italiano è controllato dalle major e da un numero minimo di grosse indie. Ma Morelli non ha detto «sosteniamo la produzione indipendente», oppure «aiutiamo le piccole imprese nazionali che fanno musica», magari pure «musica di qualità». Ha identificato il nemico in alcune non meglio precisate lobby… che sarebbero esattamente quelle che trarrebbero vantaggio da un sistema di quote radio. 

Anche in questo caso, lo spunto del caso-Mahmood non ha alcun senso: la partecipazione dei musicisti al Festival di Sanremo è di fatto concordata dalla Rai con i gruppi di potere dell’industria musicale italiana, spesso ufficiosamente in forma di vere e proprie “quote” tra i maggiori attori del settore.

«Mi auguro che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani».

4. LA NOSTRA MUSICA E GLI ESORDIENTI. Dunque, che cosa intende Morelli quando parla della “nostra musica”? La musica cantata in italiano? Anche se è prodotta da multinazionali con sede all’estero? E se un musicista italiano canta in inglese o in francese? E se canta in sardo? E se c’è un featuring di un messicano? E se il disco è masterizzato a Londra, missato a San Francisco, stampato in Vietnam? I confini di quello che dovrebbe essere supportato da questa legge sono tutti da capire, ovviamente. Il rischio è che ricadano in un certo determinismo etnico, che non ha alcun senso in una società globalizzata.

L’uscita di Morelli assume poi ancora meno senso se si considera il richiamo agli “esordienti” – in attesa di capire se nella legge saranno previste delle norme specifiche in tal senso, e come si qualificherà la categoria di “esordiente”. E non solo perché Mahmood era di fatto il più “esordiente” al Festival di Sanremo, e dunque sarebbe il primo a beneficiare di un provvedimento del genere. Il problema riguarda il funzionamento del comparto radiofonico e dell’industria musicale in generale.

Perché la proposta della Lega non ha senso

L’imposizione di quote radio per la produzione italiana e per gli esordienti (fatto salvo che rimane da capire che cosa intendiamo con questi termini) finirebbe per aiutare chi in radio c’è già. Nel lessico di Morelli, le “lobby”. L’idea delle quote, se applicata all’attuale panorama della radiofonia senza ulteriori correttivi, è infatti semplicemente assurda. Al momento, la maggior parte dei network radiofonici (Rai compresa) ha ridotto al minimo il ruolo del selezionatore e del “fattore umano”: di fatto – come è facile rendersi conto ascoltando qualunque stazione – la programmazione è ampiamente basata sulla rotazione semi-automatica dei brani in classifica, la cui popolarità è generata in un circolo vizioso dalla stessa rotazione (che produce e massimizza i ricavi).

Dietro la possibilità di un brano di accedere ai palinsesti radiofonici (salvo alcune rare isole felici) c’è sempre l’azione di un grosso gruppo editoriale, dietro l’acquisto di pubblicità o direttamente in forma di cambio-merce sui diritti (molte radio italiane detengono quote delle edizioni di alcuni artisti, e li programmano generando un profitto). In questo scenario, le “quote italiane” rischiano di rendere più ricchi i ricchi, e non sembrano destinate ad aiutare in alcun modo la produzione nazionale, meno che mai quella di qualità.

In conclusione, non è ragionevole chiudere a priori all’idea dell’introduzione di “quote italiane”. Se queste possono servire a far crescere il settore musica, ben vengano: nella formulazione attuale della Lega e di Morelli, esse appaiono però piuttosto un favore ai grandi gruppi, nascosto dietro il paravento di politiche nazionalistiche e – a tratti – razziste.

Ogni operazione di questo tipo sulla musica dovrebbe in realtà passare prima di tutto per delle politiche culturali sensate, che non ripropongano categorie etniche vetuste e senza alcun fondamento, ma che promuovano ogni espressione del fare musica, indipendentemente dall’origine e dal passaporto di chi la fa. 

Non possiamo – ahimè – intervenire per smantellare il sistema di mercato che ha portato alla situazione attuale (la colpa, si potrebbe dire, è del capitalismo – e la soluzione non sembra apparire all’orizzonte). Ma ci sono cose che si possono fare, senza perpetuare gli attuali rapporti di potere e sostenendo veramente il settore musica. Che cosa? Per esempio la Rai, il servizio pubblico, potrebbe smettere di allinearsi alle logiche di profitto dei network privati e cominciare a proporre una reale alternativa.

Non servono quote di italianità: servono strumenti per aiutare i musicisti creativi, di qualunque genere e nazione. Serve superare l’avvilente omologazione del paesaggio radiofonico contemporaneo. Serve uscire dalla logica del mero profitto per sostenere i lavoratori della musica, partendo dal basso.

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